colori salento perù

Il Salento fuori stagione sembra diverso, a partire dal paesaggio. Somiglia alle altre terre di confine, a luoghi posti alle fine del mondo. Al di là della monotonia dei filari di ulivi – imponenti, secolari, attorcigliati come fossero tarantati – i colori sembrano appartenere a un altro emisfero e a paesi che stanno agli antipodi: Ecuador, Argentina, Perù.

Il Salento fuori stagione: ai confini della terra

La terra, per prima, è di colore rosso, pare tinta di porpora. Il cielo, sarà che non ci sono montagne né colline, piomba subito col suo azzurro intenso sul verde delle chiome degli alberi bassi e sul giallo misto di grano, ginestre e sterpaglia che a chiazze copre il rosso sangue del terreno. Di notte diventa tanto scuro che pare nero e si vedono più stelle di quante ne riporta il planetario. Il mare è per un giorno di un blu furioso, spazzato dal vento che aizza la spuma bianca sotto il cielo terso. Il giorno dopo è di un verde acquamarina, trasparente e calmo. A occhio nudo si vedono i ricci neri, le alghe sinuose, i pesciolini che finiscono nella frittura.

Sarà la primavera ma non ci sono mezzi toni, tinte tenui, sfumature delicate in questo lembo di terra stretto e lungo dove si incrociano due mari.

Neanche i segni degli uomini sono leggeri. Costruzioni in pietra in mezzo ai campi servivano – servono ancora? – da riparo ai contadini e a tenere al sicuro gli attrezzi per la semina e il raccolto. Sembrano trulli piccoli, li chiamano “pajare”. Alcuni, più piccoli ancora, pare servissero a tenere il gallo lontano dalle femmine quando non era il momento della riproduzione: i “puddaru”. Sono di un bianco che brucia gli occhi.

In Salento si coltiva grano, si fa l’olio, si raccolgono mandorle. Ho l’impressione con poche macchine o punto, sostanzialmente a mano.

All’interno la cucina è quella povera, di terra. Basta spostarsi a Patù, a pochi chilometri da Leuca. Terra vuol dire verdure, legumi, erbe spontanee: cicorie, fave, piselli gialli, patate, peperoni, pomodori, carciofi, cime di rapa. Carne quando capita e di animali di piccola taglia: pollame, conigli, agnelli.
Sulla costa si aggiunge quello che si prende da scogli e sabbia: ricci di mare, cozze pelose. Poi gamberi piccoli e rossi. Polpi sbattuti per farli arricciare.

La terra del rimorso: Nardò e il tarantismo

Passiamo da Nardò. De Martino scriveva di una Maria di Nardò morsa dalla tarantola – della troppa fatica, del troppo amore, del destino ineluttabile – e curata da nastri colorati, da bande di paese con violini e fisarmoniche, dalla musica e dal ballo frenetico che uccide il ragno invisibile che strega, perlopiù le ragazze, con la sua malìa.

Le crisi individuali si risolvono ancora grazie alla comunità? Con quei riti di vita e morte che fino a pochi decenni fa erano simili a latitudini così diverse? Tarante in Puglia, argia in Sardegna, vudù in Africa e nelle colonie del nuovo mondo.

Com’è più facile capire quello che è lontano nel tempo e nello spazio. Quanto è ancestrale, liberatorio, risolutivo quello che abbiamo davanti agli occhi? L’opulenza dei matrimoni, le luci della festa, la tecnologia che ci ipnotizza…

Se Patù fa rima con Perù

Mi accorgo di non avere neanche una foto di un paesaggio salentino e nemmeno di quello che ho mangiato. Ho fatto solo ritratti, con la macchina fotografica. Niente col telefono.
Cerco su internet un’immagine di Patù di notte: una chiesetta e un paio di strade bianche di pietra. Non ce n’è una bella. Quest’estate il Salento si riempirà di tavolini all’aperto e turisti. Mangeranno cime di rapa fuori stagione, di un verde più tenue, e non si faranno bastare i ricci. Caricheranno con filtri saturi le immagini delle loro vacanze tutte le volte che il cielo e il mare non sembreranno abbastanza blu.

Ma andranno via e torneranno gli stessi colori che, non so perché, sanno di Perù.

L’immagine è Cusco, in Perù. Di Boris G/flickr

natale casa surace

Non tornare in paese per le feste non è un’opzione contemplata per chi è nato al sud. A Natale, così come a Ferragosto, non si può proprio evitare di tornare dai parenti. Ai ragazzi di Casa Surace è bastata una semplice frase “A Natale non torno” per scatenare l’inferno a casa dei parenti di “giù”. Le reazioni sono da antologia.

Giù in paese per le feste da Natale a Ferragosto

Volendo parafrasare, Mamma Bionica avrebbe potuto dire: “Il 26 dobbiamo uccidere la gallina”, con buona pace di tutti i vegani. Ma, abituata com’è al traffico di parenti, mozzarelle e maschere da sub in tutti i periodi festivi dell’anno non ci avrebbe messo molto a capire che sfuggire alla nostalgia della casa avita è un’impresa che difficilmente riesce anche ai più coraggiosi.

Quindi, in barba a tutte le partenze intelligenti, anche noi rotoleremo verso sud sperando che Trenitalia ci assista. Pronti per tornare con la valigia carica di mustaccioli e roccocò.

insalata di orzo pomodori secchi e pistacchi

Come si prepara un’insalata sana e gustosa? Me lo chiede #sorella4saltiinpadella, stupita dal fatto che anche le insalate possano essere buone. Basta seguire qualche semplice regola.

Prima, però, breve presentazione di Sorella 4 Salti In Padella, detta #sorella4saltiinpadella. #sorella4saltiinpadella ha la fortuna di nascere, primogenita, in una famiglia ossessionata dal cibo (composta da #mammabionica, #papaguidamichelin, #fratellocuoco e #iosenzahashtag) e la sventura di non aver ereditato il gene culinario, ammesso che esista. Ha però una bella mente matematica sicché è perfettamente in grado di riprodurre piatti complicati qualora riceva istruzioni logiche e dettagliate. Ha una cucina dotata di lavastoviglie supersonica, di qualsiasi elettrodomestico abbiano inventato e di servizi di piatti bastevoli a un esercito: tre caratteristiche che ne causano la frequente invasione da parte del resto della famiglia, con le scuse più pretestuose. Quando è da sola si mette ai fornelli e, nonostante il soprannome – o nickname come dicono i nativi digitali – aborre surgelati e piatti pronti. Di solito se la cava chiedendo al volo una ricetta a uno a caso dei componenti della famiglia.

L’ultimo SOS indirizzato a me aveva per oggetto: come posso fare un’insalata buona? Ma che sia facile e veloce, mi raccomando!

Cinque regole da seguire per fare un’insalata buona e gustosa

#sorella4saltiinpadella: “Sister, devo preparare qualcosa per il compleanno di mio marito. Tipo un’insalata, che ci posso mettere?”

#iosenzahashtag: “Direi tutto a parte l’insalata verde. A me l’insalata nuda e cruda mette tristezza, è come il riso in bianco all’ospedale…”

#sorella4saltiinpadella: “E allora come faccio?”

#iosenzahashtag: “Ti do una ricetta da cui puoi estrapolare 5 regole base per preparare insalate a volontà per compleanni, cresime e feste comandate. Sei pronta?”

Regola numero uno: usa un cereale, per esempio l’orzo

Non devi seguire le mode del momento (qualcuno ti ha detto “quinoa”??? Ignoralo!), basta ricordarsi cosa mangiavano i nonni: avena, miglio, farro, orzo, grano, mais… Scegli le versioni integrali, se #fratellocuoco ti becca con l’orzo perlato o decorticato si fa venire una crisi epilettica. Quindi prendi l’orzo integrale, mettilo a mollo una notte e la mattina dopo lo fai cuocere ad assorbimento (devi mettere una quantità d’acqua che poi si assorbe tutta). Non devi scolare nè sciacquare, altrimenti ci perdiamo tutte le proprietà nutritive. E l’orzo lo teniamo da parte.

Regola numero due: scegli verdure o ortaggi di stagione

Ora che abbiamo la base dobbiamo pensare al condimento. Useremo verdure o ortaggi di stagione, anche poco “saporiti” perché un po’ di carattere in più lo inseriamo con la prossima regola. Siccome tuo marito è nato lo stesso giorno di Berlusconi (29 settembre), possiamo ancora usare le zucchine. Fosse nato lo stesso giorno di Winston Churchill (30 novembre) avremmo preso la zucca. Tant’è.

Con il tempo e un accorto uso del metodo scientifico – quello che procede per prove ed errori – impareremo come fare gli abbinamenti giusti, accostando una o più verdure ad altri ingredienti più o meno nobili come il pesce, i latticini, i salumi… Per il momento abbiamo optato per le zucchine e possiamo passare alla cottura: anche qui, meno si cuoce meglio è per salvaguardare sapore e benefici nutrizionali, #fratellocuoco docet. Quindi grigliamo, al forno oppure in padella ma senza olio e solo per pochi minuti. E anche le zucchine sono pronte.

Regola numero tre: aggiungi sapidità o un tocco di “umami”

Dalla cucina giapponese (sempre sia lodata) abbiamo imparato come usare sapori forti, per esempio le alghe, la soia, alcuni tipi di funghi per arricchire portate più “neutre” come riso e verdure. Ma anche la cucina italiana abbonda di ingredienti che danno un bel sapore caratteristico a tutto ciò che toccano: pomodori secchi, alici, bottarga, tonno, alcuni tipi di formaggi e salumi. Piccole quantità di uno di questi ingredienti e avremo un’insalata saporita e gustosa. Qui mettiamo un po’ di pomodori secchi. Li puoi chiedere a #mammabionica, ha già preparato “tot barattoli cada figlio”.

Regola numero quattro: fai prevenzione a tavola, ovvero frutta secca a volontà

Lo dice anche Veronesi, mi pare, e in ogni caso Ciro Vestita che è un medico molto più simpatico: una manciata di frutta secca al giorno fa bene alla salute. Noci, mandorle, nocciole, pistacchi; anche qui è gradita meno esterofilia, quindi lascia perdere le noci di Macadamia, soprattutto se non sai dov’è Macadamia – che poi wikipedia dice addirittura che non è un posto ma una persona, quindi se non conosci mister John MacAdam lascia stare. Nel nostro caso, scegliamo i pistacchi.

Regola numero cinque: varia le erbe aromatiche, per cambiare il gusto a tuo piacimento

Qualcuno ti dirà sempre e solo: “prezzemolo”. Diciamolo subito che il prezzemolo si merita tutta la cattiva fama che ha, magari non proprio tutta, tutta, però… Il prezzemolino non sta bene con qualsiasi cosa, non è una scarpa col tacco, perbacco! In natura esistono centinaia di erbe aromatiche, non capisco tutto questo accanimento. Anche se non hai il giardino, ma tu puoi usare quello di #mammabionica, devi avere almeno 5 piantine a casa, sul balcone, sul davanzale della finestra, in bagno, dove ti pare. Io al momento scelgo: basilico, rosmarino, salvia, menta e origano. Alcune sono stagionali e vanno rinnovate di anno in anno, altre sono più resistenti e sono belle da vedere soprattutto in inverno quando tutto diventa grigrio mentre le piantine rimangono belle verdi. Nella nostra insalata ci mettiamo un bel po’ di menta.

Insalata d’orzo, zucchine, pomodori secchi e pistacchi

Ed ora che abbiamo tutti gli ingredienti possiamo preparare la nostra insalata: all’orzo ormai tiepido uniamo le zucchine grigliate, i pomodori secchi tagliati a pezzi non troppo piccoli, i pistacchi sgusciati e sminuzzati e la menta spezzettata a mano (se #fratellocuoco ti becca a tagliuzzare le erbe aromatiche con il coltello partirà con il classico sproloquio sull’ossidazione causata dal vil metallo e blablabla). Olio extravergine d’oliva, ma questo lo diamo come dato ormai acquisito, una bella mescolata e una ventina di minuti di riposo per far sì che i sapori si fondano un po’. Buon appetito e ci sentiamo per il prossimo genetliaco.

 

gelaterie piazzadispagna roma

Al telefono con #papaguidamichelin per un sintetico aggiornamento sulle gelaterie di piazza di Spagna a Roma.

Prima, però, breve presentazione di “Papà Guida Michelin”, ovviamente hashtaggato in #papaguidamichelin. Se pensate che prima di Tripadvisor l’unico modo per mangiar bene in posti sconosciuti fosse seguire le indicazioni delle guide specialistiche (Michelin, Gambero Rosso, Touring Club Italiano…) vi sbagliate di grosso. Prima della democrazia della rete, delle app e delle recensioni facili c’era #papaguidamichelin. #papaguidamichelin conosce tutti i ristoranti di tutta la penisola e anche qualcosa in Europa. Non proprio tutti, a dire la verità: solo quelli dove si mangia bene. E funge anche da google maps instantaneo.

Siete in una zona sperduta della Sardegna e non vi funziona il gps? Basta una telefonata e vi guiderà al ristorante di pesce più buono che ci sia. Volete mangiare l’autentica pizza a metro a Vico Equense? Basta un colpo di telefono. Siete in Erasmus a Madrid e vi sentite spaesati sotto l’insegna di Tio Pepe di plaza Puerta del Sol? #papaguidamichelin si ricorda benissimo dove ha mangiato dei dolcetti buonissimi quando ci passò con la 500 – c’era ancora Franco (per inciso è la pasticceria “Mallorquina”, esiste ancora). Vi vien voglia di gelato mentre siete a passeggio sul lungomare di Reggio Calabria? Ma #papaguidamichelin conosce “Cesare” da una vita!

Quindi basta nominare una città, una piazza, una spiaggia e #papaguidamichelin saprà darvi l’indirizzo giusto (per inciso: ha una memoria da far invidia a qualsiasi sistema di stoccaggio informatico avanzato). Le nostre telefonate, al pari di quelle con #mammabionica, vertono sempre sullo stesso argomento: il cibo.

Venchi, Pompi: un gelato a piazza di Spagna

#papaguidamichelin: “Dove sei? Con chi sei? Che fai?”
iosenzahashtag: “Sto mangiando un gelato sola soletta a piazza di Spagna. Quelli di Bulgari hanno appena pulito la scalinata di Trinità dei Monti. E’ venuta proprio bene, quasi quasi gli chiedo se vengono a spazzare pure la strada sotto casa. ”
#papaguidamichelin: “Ma il gelato l’hai preso in quella gelateria che sta, spalle alla chiesa, sulla sinistra, verso la statua dell’Immacolata?”
iosenzahashtag: “Veramente no. L’ho preso da Venchi, quello del cioccolato griffato. Qui è pieno di boutique del gelato: interni progettati da archistar, gusti inventati dal parolaio matto, file di giapponesi interminabili, prezzi stellari. Venchi, Pompi: tutti così. Tu dove stai?”
#papaguidamichelin: “A Modica, da un cliente.”
iosenzahashtag: “Modica! Mi ricordo! Ci siamo stati in vacanza che ero piccola, avrò avuto 5 o 6 anni.”
#papaguidamichelin: “Mi ricordo anch’io: stavi per finire sotto una Vespa mentre correvi dal fornaio dove prendevamo i cornetti prima di andare al mare. Tua sorella (#sorella4saltiinpadella, ne riparleremo, ndr) aspettava tranquilla sul marciapiede mentre tu stavi per farti ammazzare per andare a fare colazione.”
iosenzahashtag: “Quindi ce l’ho da piccola questa passione per il cibo…”
#papaguidamichelin: “Ebbene sì. Comunque la prossima volta che vuoi un gelato come si deve, vai da quello lì di piazza di Spagna. Ma senza correre.”

mamma sud in cucina cosa mangi

Al telefono con #mammabionica dopo l’ultima trasferta al sud.

Descrivo brevemente “Mamma Bionica”, ribattezzata con hashtag scintillante #mammabionica. #mammabionica si sveglia all’alba e, in ogni caso, sempre prima di voi: tornate alle 5 da una notte di balordi? #mammabionica è già sveglia. Dovete prendere un aereo alle 4 del mattino? #mammabionica sta lì pronta col caffè in mano. Si deduce che non dorme mai, è un po’ la versione femminile dell’uomo bicentenario di Robin Williams. Poi sa fare tutto: cucinare, cucire, ricamare, fare giardinaggio, coltivare l’orto, dar da mangiare alle galline (5), al marito (1) (#papaguidamichelin, ne parleremo a breve…), ai figli (3), ai nipoti (2+ 1 e mezzo), a 4 cuccioli di gatto e una decina di gatti adulti, a ospiti più o meno fissi e gente di passaggio.

In una giornata è capace – oltre alla preparazione di tre pasti completi per tutti i presenti – di potare i limoni, raccogliere il mirto, mettere sotto sale le alici, fare il pane nel forno a legna, cucire un prendisole prendendo le misure direttamente sulla nipotina che corre in giardino, appisolare la medesima nipotina inventando ninnenanne, leggere l’ultimo libro di Erri De Luca, fare un dolce, litigare con #fratellocuoco su ogni argomento culinario/agricolo/campestre, mettere i peperoncini sott’olio e così via praticamente all’infinito.

#mammabionica è sempre preoccupata che non si mangi mai abbastanza. E’ una preoccupazione che ha “de visu” (quando siete presenti) ma soprattutto a distanza. Ha l’abitudine di caricare di provviste i figli che non abitano più nella casa di famiglia. Se tornate giù al sud per il weekend (a Napoli “giù” vuol dire a casa: potete anche anche partire dalla Sicilia per andare giù a Napoli in barba ai meridiani e paralleli)  vi riempirà la valigia di generi alimentari, incurante delle vostre proteste (“Ma io devo portar su il piumone… fa freddo! E poi anche a Roma ci sono i supermercati!”). Non c’è niente da fare.

Questo è il dialogo telefonico del lunedì, dopo che domenica sera, sbarcate dal treno Salerno/Roma a Termini evitando i cani polizziotto pronti ad inseguirvi fino al Colosseo andando dietro all’odore del cibo, avete spostato il contenuto del trolley in frigorifero.

Al telefono con la tipica mamma del sud

#mammabionica: “Ma poi ieri i limoni li hai messi in valigia?”
iosenzahashtag: “Sì mamma, almeno due chili.”
#mammabionica: “E le uova delle galline? Non erano tante, ne hanno fatto giusto 2 dozzine… le hai prese?”
iosenzahashtag: “Sì, quelli di Italo me le hanno fatte tenere sulla poltrona Frau per evitare che si rompessero…”
#mammabionica: “E la ciambella che ho preparato con i mandarini cinesi del giardino?”
iosenzahashtag: “Certo che sì.”
#mammabionica: “E il pane cafone?”
iosenzahashtag: “Ce l’ho, ce l’ho!”
#mammabionica: “E le polpette di melanzane che ho fritto stamattina alle 6?”
iosenzahashtag: “Quelle le ho pure già mangiate.”
#mammabionica: “E l’insalata dell’orto? E i pomodori dell’orto? E i fichi, la zucca, le carote, la cicoria, i peperoncini dolci, i peperoncini piccanti…”
iosenzahashtag: “Sì mamma: avevo almeno 10 chili di cibo, ho preso tutto!”
#mammabionica: “E le noci? Non ho visto se le hai portate… certo avevano ancora il mallo ma sono buone. Le hai prese?”
iosenzahashtag: “Ehmm, no, le noci no. Mi sono dimenticata.”
#mammabionica: “Ma allora non ti sei portata niente!!!”

E sì, lo so: morirò di fame.

mamma_bionica

madre roma monti

A Monti è tutto un fiorire di nuove aperture. Segnalazione per #fratellocuoco.

Introduco brevemente e uno alla volta i personaggi che popoleranno questo blog. Esistono solo nella mia testa. O forse no.

Cominciamo da #fratellocuoco. “Fratello Cuoco” – ma lo chiameremo sempre e solo #fratellocuoco tuttoattaccatoeconhashtagchenonserveaniente –  è un giovine “skef” creativo che reinterpreta in chiave moderna i piatti della tradizione (che frase originale, proprio un concentrato di creatività). Figura mitologica, per metà contadino, per metà guru new age e per metà cuoco (in quanto essere mitologico può avere tre metà) vive un po’ nei campi, un po’ in cucina e molto in giro. A lui racconteremo quel che succede nel mondo della ristorazione. Anche se già lo sa.

Cominciamo col sintetizzare alcune novità della magica – a Roma si dice “magggica” – movida capitolina che possono servire come spunto per (non) inserire determinati piatti in un ipotetico menu di un ipotetico ristorante di una ipotetica città del sud dove ipoteticamente #fratellocuoco potrebbe lavorare a breve.

Cucina napoletana a Roma: le nuove aperture a Monti

Insomma, si sa che la cucina napoletana ha un certo fascino sia che si concretizzi nel ragù domenicale di mammà (nel nostro caso #mammabionica ma non anticipiamo gli altri personaggi…) sia che venga declinata in creative e scenografiche varianti da baldanzosi – a Napoli si dice “chiatti”- chef col tatuaggio di Maradona sul braccio.

Roma, con la pantagruelica generosità che le è propria – a Napoli si chiama “strafottenza” – ama tantissimo le cucine del sud: sud Italia, sud del mondo. Del sud in generale. Soprattutto la cucina napoletana. Lo dice anche la sindaca: “è bella, bella, bellissima”. Tutta questa bellezza culinaria si concentra nello storico quartiere Monti, il rione più alla moda che ci sia. Anche troppo, a parere di chi scrive. A Monti c’è un tripudio di specialità campane declinate in modo monotematico – a Napoli direbbero “appallante” -. Esaminiamo nel dettaglio le qualità dei locali che hanno aperto da poco.

Ce stamo a pensa’: bravi, continuate a pensacce

Ce stamo a pensa’ fa i fritti classici: pizzette, calzoncini ripieni, timballini di pasta. Devono aver preso sul serio i diminutivi perché le porzioni non sono affatto abbondanti. I prezzi invece sì. Questo è il principale difetto della stragande maggioranza dei locali monticiani: siccome il quartiere è diventato un posto “trendy” ti fanno pagare tutto al triplo del prezzo “giusto”. A Napoli il cibo di strada ancora non si chiama “street food”, non se la tira (ovviamente ci sono le eccezioni) e non viene venduto in gioielleria. Provato una volta, non credo che tornerò.

Boccacciello: in attesa di giudizio

Da Boccacciello mettono tutto in barattoli di vetro. A Napoli barattolo si dice “buccaccio” ma è accreditata anche la versione derivante dal francese boite , “buatta”. Ovviamente ci sta la parmigiana, il gattò – a Parigi gateaux -, le verdure, i dolci. E quindi? Non saprei. La vendono come l’idea del secolo e tutto questo marketing culinario un po’ (ma giusto un po’, eh…) ha stufato. Non l’ho ancora provato ma supererò il fastidio per dare un giudizio di merito.

Pizza Trieste: la pizza che non t’aspetti

Pizza Trieste a dispetto del nome non è napoletana nè nordica. I proprietari sono di quella regione del centro Italia sia singolare che plurale: Abruzzo/Abruzzi. E vabbè, la nota di geografia l’abbiamo fatta. La pizza la cuociono in un pentolino, in forno (elettrico). L’impasto non è male: farina bianca, ben lievitata, soffice il giusto. Per me già che non abbia la consistenza di un cracker, come tutte le pizze romane, è un grande risultato: promossa a pieni voti.

Sul giudizio positivo influisce che avevano appena messo su un cd di Lucio Dalla. Nota divertente (di colore, si diceva una volta): il locale è diviso in due ambienti che non comunicano tra loro quindi si fa l’ordine al banco e poi ti portano la pizza ai tavolini uscendo sulla strada. Sarà interessante vedere che si inventeranno per evitare che ci finisca dentro l’acqua piovana ora che inizia l’autunno. Prezzi giusti, considerata la zona e la  qualità delle materie prime (una margherita a 2,20 euro). Ci tornerò.

Madre: “cazzimma” allo stato puro

Madre ovvero “non date mai carta bianca a un napoletano”. Questo deve essere un posto meraviglioso perché l’abbinamento cucina peruviana/cucina napoletana è un’operazione che può riuscire solo a un napoletano infinitamente dotato di cazzimma. A Napoli con “cazzimma” si identifica un tipo senza scrupoli, qualcuno disposto a usare ogni mezzo per il proprio tornaconto personale. Ma, accanto a quest’accezione totalmente negativa, può indicare anche chi è così sfrontato e tanto guascone da risultare inarrestabile e irrimediabilmente simpatico. A questi ragazzi non deve difettare nemmeno l’ironia perché ce ne vuole proprio tanta per mettere nello stesso menu la ceviche e la pizza.

Segnalazione per #fratellocuoco: la combinazione Napoli-Perù offre spunti interessanti per Ghepardo e non solo. Da provare quanto prima per verificare se i prezzi sono giustificati da capacità tecniche e materie prime oltre che dalla posizione centrale ma abbastanza lontano dalle viuzze più pretenziose di Monti. Una marinara a 14 euro genera tante aspettative. Vi farò sapere se non andranno deluse.

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in cucina cosa mangio cibo

Mi arrendo. Con l’età bisogna fare delle scelte. Fotografia, viaggi, giardinaggio, musica, cinema, jogging… è inutile fingere di avere interessi plurimi quando il mio chiodo fisso è solo uno e le mie giornate trascorrono cercando di rispondere nel modo più gaudente possibile alla domanda: “Oggi che mangio?“.

Che mangio oggi? Come risolvere un problema esistenziale

Racconterò la mia ossessione quotidiana per il cibo non sul lettino di un analista (almeno fino a quando non sarà previsto un aperitivo da consumare nel corso delle sedute) ma in questo spazio.

Non troppo spesso ma nelle pause tra colazione, pranzo e cena e nei momenti in cui non sono impegnata a fare la spesa al mercato, a provare locali vecchi e nuovi, a studiare abbinamenti e varianti per le cene casalinghe, a messaggiare su whatsapp col fratello cuoco, ad andare a spasso per Roma in cerca di cibo buono, a ritornare al mare e ai monti della mia infanzia per recuperare i limoni dell’orto, la colatura di alici di Cetara e il pane fatto in casa.

E, niente. Ora vado che ho le pentole sul fuoco. Per la precisione uova a chilometro zero (delle galline di mammà) e ciambotta di fine estate.

mercato piazza vittorio roma

Il mercato di piazza Vittorio è uno dei più caratteristici di Roma. Il mercato è uno dei miei posti preferiti. Ma non gli riconosco una semplice preferenza, lo adoro proprio.
Bisogna frequentare il mercato di una città per capirne l’anima. Se la città è grande probabilmente ne avrà più di uno, di mercato. Così come avrà più di un’anima.

A Madrid il mercato San Miguel prima di trasformarsi in un luogo dove fare aperitivi alternativi era il più bello della città. Cuore di acciaio, struttura imponente, posizione centralissima, frequentato da madrileni e ricco di botteghe storiche.

A Valencia il mercato centrale sembrava potesse accattorciarsi su se stesso da un momento all’altro. Ma le sue vetrate e le ceramiche colorate hanno resisitito a più di una Fallas (la festa che a marzo mette a ferro e fuoco la città).

Ad Alicante il mercato era a due passi dal mare e ci passavo quasi ogni pomeriggio verso le tre tornando dalla spiaggia. Stavano già chiudendo e praticamente regalavano il miglior pesce fresco della penisola iberica.

A Roma ne conosco bene due: il mercato della Coldiretti e il mercato di piazza Vittorio.

Il mercato della Coldiretti al Circo Massimo

La Coldiretti gestisce il mercato Campagna amica vicino al Circo Massimo. Si capisce subito che siamo lontanissimi dal mercato classico: qui bisogna prendere il numeretto come in un supermercato qualunque. Ma, a differenza di quanto avviene perfino al supermercato, non si può scegliere quale frutta e verdura comprare. E’ pieno di gente che ci va a fare la spesa perché fa tanto radical chic il prodotto a km 0 venduto direttamente dai contadini (!). Deve essersi sparsa la voce che è un posto tipicamente romano perché è pienissimo di turisti e di gente che segue le mode facendo finta di non seguirle.

Che sia un posto “gourmet” si deduce anche dal carrettino che fa le centrifughe e dal finto orto impiantato nel cortile interno. Qui si può mangiare scomodamente su panche di legno in tipico stile monticiano. La scomodità è un’altra cartina tornasole dei luoghi “à la page” e il quartiere Monti è l’esempio più fulgido di mondanità romana.

Monti, l’ex suburra, è un magnifico dedalo di vicoli. La “pancia” della Roma imperiale destinata a soddisfare i vizi e le voglie della Roma bene che qui si confondeva alla plebaglia grazie alla totale mancanza di luce, aria e perbenismo. Da qualche anno è infestata di localini minuscoli dove si sta seduti su cassette di legno, sgabelli e pouf circondati da finti arredi di recupero a mangiare cibo improbabile finto naturale pure lui.

Della guasconeria tipica degli abitanti del quartiere, dell’indolenza con cui guardava alle umane miserie per lenirle col balsamo della fugacità non è rimasto nulla. Nessuno parte più di qui, sanpietrini alla mano, per andare a fare a sassate coi trasteverini come ai bei tempi. Per trovare un po’ di popolo, di gente che non sente il bisogno di fare la messa in piega per andare al mercato, bisogna spostarsi di poco. Tanto basta a raggiungere la sabauda – solo nel nome e nell’architettura – piazza Vittorio.

Il mercato di piazza Vittorio a Roma

I portici hanno ospitato a lungo il mercato più bello della capitale che ora si è spostato al chiuso, nell’ex caserma Sani. A piazza Vittorio si va a fare la spesa ottendo il massimo risultato con il minimo sforzo. Il massimo della qualità, ovviamente a saper scegliere e osservando gli avventori abituali. Per dire: io compro il pesce al banchetto dove si serve il mio macellaio di fiducia. E, anche se non capisco una parola di quello che dicono, tendo a selezionare le bancarelle dove i pakistani comprano dai pakistani, i brasiliani dai brasiliani, i romani dai romani (pochi in verità).

Al mercato potete toccare con mano qualsiasi cosa e, concessione altrove inaudita, assaggiare prima dell’acquisto.  Qui trovate ingredienti provenienti da ogni parte del mondo. Oltre a materie prime più esoteriche che esotiche coltivate in Italia e destinate agli immigrati di stanza nella capitale. La varietà di spezie ha dell’incredibile. Basta girare l’angolo per sbucare in un suk, svoltare a destra per trovarsi in India, proseguire diritto attraversando Cina e Giappone. 

In mezz’ora potete fare il giro del mondo. E non stupisce per niente che tutto il mondo possa convivere con le espressioni più tipiche della romanità. Dai venditori stranieri che ti apostrofano in vernacolo al tripudio di baccalà, puntarelle, carciofi e quinti quarti.

mercato piazza vittorio roma

Pare che il caos che regna sovrano sia funzionale sia agli acquisti sia all’esperienza in sè. Filtra attraverso l’abilità commerciale dei mercanti uno spirito ulteriore forse connaturato alla natura stessa del cibo. E non si ferma al corpo ma tocca le corde più profonde dell’anima. Qui il cibo è come dovrebbe essere, un nutrimento, uno scambio con l’ambiente che ci circonda, un veicolo di culture e tradizioni diverse, un incontro con gli altri e una scoperta o riscoperta di sapori e saperi.

Per questo devo andarci almeno una volta alla settimana, non perché ho finito le cipolle, ma per sentirmi a casa.

Ode al mercato di piazza Vittorio

Ho comprato miele, zucchero e cannella. Me l’ha detto mia sorella.
Ho comprato tutto a piazza Vittorio, che è un mercato che adoro. Davvero.
Ho comprato pure del bicarbonato ma non per farci il bucato.
Mi serve a preparare delle creme, per il viso il corpo e il sedere. Davvero.

imperfezione ritratto bn

Non amo la perfezione.

Mi piace che la vita si intrometta a sporcare qualsiasi tentativo di renderla ferma, liscia, praticamente perfetta.

Mi piace che in una canzone si sentano le voci dello studio di registrazione in sottofondo qualche secondo prima che cominci o finisca il brano, il rumore ovattato del pedale che si abbassa sotto il piano, il direttore che chiama i cori a intervenire.

Mi piace che una foto non sia perfettamente a fuoco, ben bilanciata o con i punti chiave in sezione aurea; mi piace che sia storta, sghemba e che l’inquadratura non contenga per intero il soggetto che si pretende di immortalare; che occhi, mani e piedi non si facciano intrappolare dall’obiettivo.

Mi piace che in un video si sentano i rumori “d’ambiente”, si veda gente che passa indaffarata a fare altro mentre chi è in primo piano non fissa in camera ma guarda altrove, rifiutando di dare occhi e anima a una macchina come fosse un fantoccio, una maschera, un presentatore imbolsito ipnotizzato dalla lucina rossa.

Mi piace che in un piatto manchi qualcosa, che ci sia un sapore slegato dagli altri, che sia sempre possibile migliorarlo aggiungendo o togliendo un ingrediente.

Amo che le cose si vedano per come sono: imperfette e meravigliosamente umane.

ritratto_bn

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità”.
Montale

pianoforte bianco e nero

C’è un posto in cui “cuore” fa rima solo con “amore” e non – che so – con “furore” o “pudore” o “Medugorje”, dove il palco sembra sempre l’interno di una discoteca degli anni anni ottanta, dove le battute non fanno ridere e le canzoni non fanno piangere (almeno non intenzionalmente), dove la valletta è un orpello del co-conduttore, che è una decorazione dell’imitatrice, che è ausiliaria del presentatore il quale, in verità, si limita a leggere molto male su un gobbo posizionato o troppo in basso o troppo in alto domande concepite da uno stuolo di autori: concetti profondi come “ti piacciono i fiori?”, tradotti in inglese per gli ospiti stranieri da un “pool”, un “team”, una “joint-venture”, un “bail-in” come direbbero a Genova, di esperti in filologia romanza e lingue indoeuropee, dove tutti sembrano essere appena stati dal parrucchiere, dal chirurgo plastico, dallo stilista, in una spa ma devono aver trovato tutto chiuso perché incontro persone meglio truccate, più eleganti e con volti realmente riposati anche in metro alle sette del mattino, dove l’età media è quella di una cariatide nonostante fra i big ci siano dei ragazzini sconosciuti a chi non segue i “talent” che pare abbiano meno di 25 anni.

C’è un posto dove non si riesce ad uscire dal turbine nazional-popolare che avviluppa tutti in questi giorni neppure con l’esercizio dell’ironia di chi guarda o commenta senza guardare con il sopracciglio alzato, la fronte aggrottata e un occhio ai tweet…

Tutti a criticare Sanremo con la sicumera dell’intellettuale di sinistra che ascolta solo jazz e musica classica, tutti esperti di composizione, melodia e armonia così come sono tutti allenatori di calcio quando l’Italia gioca ai mondiali, hanno il tesserino di geometra o avvocato  se c’è da sproloquiare per l’ennessima affittopoli, sono etologi, antropologi e psicologi osservatori di dinamiche naturali (sanno come si accoppiano e come allevano la prole tutte le specie animali, ma proprio tutte) e culturali (sono a conoscenza di come tutti i paesi del mondo, ma proprio tutti, disciplinano la convivenza di uno o più adulti di sesso diverso o dello stesso sesso sotto lo stesso tetto in presenza di bambini o in assenza di bambini, nel caso in cui ci siano o non ci siano animali domestici o non domestici o addomesticati sotto lo stesso tetto o in balcone o in terrazzo o in giardino) quando c’è da votare leggi di semplice buon senso e un lungo e un largo e un medio e un mezzo eccetera. Ad libitum.

Sicché non si riesce a fare un discorso di-staccato, co-struttivo, dis-truttivo, deco-struttivo nemmeno sul festival di Sanremo. Bisogna che vada in un posto dove Sanremo è Sanremo. Esiste?