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Un viaggio in Perù durato 17 giorni. In cammino per seguire il classico itinerario turistico – Lima, Ica, Nazca, Cuzco, Machu Picchu, Arequipa – per scappare quasi subito deviando verso le montagne: le Ande meno conosciute dove ancora si parla in quechua. E tornare di nuovo a costeggiare l’oceano fino a Lima, capitale di un altro mondo, difficile da capire, impossibile da dimenticare. Un racconto disordinato.

Il mio viaggio in Perù: l’arrivo a Lima, tra mare e baracche

La prima tappa del mio viaggio in Perù è Lima. Arrivo prima dell’alba, non riesco a vedere la città dai finestrini dell’aereo. Il primo impatto con la città, avvolta da una specie di nebbiolina, avviene attraverso le strade che dalla sterminata periferia portano al mare, all’alba di una grigia domenica.

In Perù vivono 30 milioni di persone, 8 milioni a Lima. Così mi racconta l’autista portandomi dall’aeroporto in centro. Curiosamente il numero di abitanti varia in funzione dell’interlocutore che racconta della capitale, arrivando a punte di 13 milioni. Credo nemmeno il sindaco sappia con certezza quanta gente c’è a Lima.

La città è comunque cresciuta veloce in pochi anni, quando i peruviani hanno riempito la capitale svuotando campi e montagne. A Miraflores, quartiere residenziale ricco di ristoranti e negozi, sfrecciano suv di ultima generazione, lucidissimi e super accessoriati. Li guida chi vive in zona, li parcheggiano in garage sorvegliati davanti a case con videocitofono e vigilanza in moto.

Ma i macchinoni vengono superati di continuo da autobus scalcagnati, sembrano appena sbarcati da Cuba. Dentro questi autobus, i combi, c’è chi lavora qui per i peruviani ricchi e i turisti di passaggio: cuochi, camerieri, commessi, addetti alle pulizie, spazzine (gli spazzini sono tutte donne e le strade sono pulitissime). Non vivono a Miraflores, è troppo caro e fanno i pendolari in autobus tanto economici quanto pericolosi. Ogni sera tornano nei quartieri di periferia, quando va bene; nelle baraccopoli i meno fortunati. Di lunedì vedo quella più vicina al centro storico, a pochi metri dalla croce sulla collina che protegge la città, con le casette ammassate e colorate: è una visione che mi porterò dietro per tutto il viaggio.

Lima centro commerciale Larcomar di Miraflores
Larcomar, nel quartiere Miraflores di Lima. La nebbia scompare solo nelle ore centrali del giorno.

La foto che non ho fatto, domenica 4 febbraio

Una signora anziana, sola, in un vicolo. Torna a casa con un sacchetto da cui sbuca un pacco di biscotti.
È a due strade dal centro commerciale di Larcomar, un brutto mall sul mare. Ma la signora i biscotti non li ha presi lì: il sacchetto non è griffato.

Non è uscita per fare il giro dei negozi o prendere un gelato seduta su un panchina, non aveva adocchiato un paio di scarpe da portar via con i saldi. Strascina le ciabatte, è vestita da casa ed è lì che sta tornando, in una delle vecchie case coloniali: due piani con giardino, una delle poche sopravvissute al boom immobiliare. Non si sa come è cominciato ma qualcuno ha tirato su un terzo piano e poi un quarto e il vicino, vistosi presto senza luce, ha pareggiato l’altezza per spingersi poi per rivalsa fino al quinto. E così via, per arrivare sempre più in alto con la speranza vana di arraffare quella luce che buca la foschia solo nel primo pomeriggio.

Torno in albergo dove, dalla finestra del quinto piano, vedo il terrazzo di una casetta colonica con i panni stesi ad asciugare. Chissà se ci abita la signora dei biscotti.

Cosa vedere in Perù e le guide sbagliate

Il web pullula di “10 cose da vedere assolutamente in Perù”, “Perù, meta ideale per un viaggio da sogno”, “Imperdibile Perù”, “Viaggio in Perù: tappe imperdibili” eccetera.
Anche la mia guida descrive come “incantevoli” centri abitati di cui faccio fatica a scorgere l’incanto. E scrive di musei, piazze, chiese, interi quartieri da visitare. Suggerisce soste in località balneari dai nomi suadenti – Punta Hermosa, Playa Negra – dove non farei il bagno nemmeno sotto la minaccia delle armi. Ci passo in autobus diretta a Ica e poi a Nazca. In ogni città che attraversiamo sembra ci sia appena stato un terremoto, un’esplosione nucleare, la caduta di un meteorite. Non risulta però nessun cataclisma recente.

Nazca e le linee invisibili

A Nazca vado in cerca della piazza principale, che è anche l’unica di questa minuscola cittadina. La piazza, descritta come “incantevole” dalla mia guida, non lo è affatto.

A ogni passo provano a vendermi un giro su piccoli aerei per vedere le famose linee dall’alto. Avevo già deciso di non andare prima della partenza e da qui in poi comincerò ad evitare il più possibile le destinazioni turistiche e le escursioni pensate apposta per i “gringos”. Più che le città visibili mi interessano quelle invisibili.

Faccio una passeggiata per il centro. Fa un caldo bestiale. Per sbaglio mangio banane di quel tipo che va consumato cotto, senza nessuna conseguenza: per tutto il viaggio in Perù lo stomaco non mi darà alcun problema. Cibo di strada e altitudini da capogiro non intaccheranno affatto il corpo, mentre lo spirito non ne uscirà altrettanto bene.

Piazza di Nazca, Perù
La luce a mezzogiorno su Plaza des Armas, a Nazca, in Perù.

Viaggio in Perù: in autobus per raggiungere le Ande

Arrivo ad Abancay dopo aver attraversato in autobus di notte le Ande, presumo ricoperte di neve in più di un punto considerata la temperatura interna del mezzo di trasporto. Con un taxi e poi con un piccolo combi sbarco di buon mattino in fattoria, dove mi ospita per qualche giorno una famiglia che gestisce un ristorante campestre immerso nel verde, a circa mezz’ora dalla città.

Ci metto un po’ a capire come sono organizzati: c’è una grande stanza con al centro una cucina a legna che serve sia per preparare i pasti del ristorante (che non è propriamente un ristorante in senso classico, è più simile a un rustico rifugio di montagna) sia alla famiglia. C’è “el papa” che sta tutto il giorno nei campi, “la mama” che si divide tra campi, animali e cucina e alcuni dei 9 figli danno una mano come meglio possono. Dovrei dire alcune delle figlie, in verità. La presenza dei maschi giovani è piuttosto evanescente.

Il bagno è in una piccola costruzione all’esterno, la doccia in un altro piccolo capanno in muratura, senza intonaco e con un buco al posto della finestra.

Mi guardo intorno e c’è la piscina, più di un televisore, play station, internet e la parabola. Un capanno per ricoverare canoe e kayak e un altro con macchine e attrezzi da palestra. Intuisco dai prezzi che il ristorante non è tra i più economici.

A questo punto del viaggio in Perù non saprei dire se sono ricchi o, perlomeno, non poveri. Uno dei nove figli è stato più di un mese in Italia, uno dei maschi. Le femmine non viaggiano molto. La più grande, che aiuta la madre al ristorante, non è andata oltre Cusco. Ha 36 anni e due figlie, di 16 e 11 anni. Non mi parla di nessun padre.
Da quel poco che vedo la condizione femminile mi pare abbastanza difficile – definizione colonialista questa o, quanto meno, femminista. Difficile uscire dal cono d’ombra di un uomo: padre, fratello, marito. Impossibile pensare a una propria indipendenza al di fuori della protezione e del controllo della famiglia. Non avere figli è considerato almeno bislacco, mi viene detto con una franchezza che a casa mia considererei scortese ma si tratta più di una schietta confidenza fra ragazze.

Qui c’è uno strano miscuglio di ospitalità e ritrosia, condivisione e riserbo, scienza e superstizione, ricchezza e povertà.

La commozione della contadina andina è autentica quando racconta la malattia di uno dei nove figli da piccolo, superata grazie a un intruglio di erbe preparato dalla madre su richiesta del medico dell’ospedale.

Altrettanto vera è la scaltrezza con cui gestisce il ristorante campestre: come tiene sotto controllo la cucina; quanto riesce a spuntare, dopo una breve contrattazione in quechua, alla vicina passata a vendere una gallina; come è amichevole ma tuttavia distante dagli ospiti.

Fattoria sulle Ande del Perù
Fattoria e ristorante campestre sulle Ande.

Che cos’è il terzo mondo?

Si affaccia un pensiero colonialista: se sono poveri perché hanno wi-fi, telefono, palestra ma non hanno il bagno in casa e la lavatrice? Forse il pensiero occidentale ci ha inculcato un sillogismo per cui se sei povero non hai beni superflui dato che ti mancano quelli necessari a soddisfare i bisogni primari. Ma se hai beni superflui e ti mancano quelli primari, sei ancora povero?

Sbaglio nelle premesse, se non nelle conclusioni: se i treni fischiano e Socrate fischia, allora Socrate è un treno. Se hai la playstation allora sei ricco, pure se per mangiare respiri cenere tutto il giorno.

Forse è questo il terzo mondo: non riuscire a fare distinzioni. Il bello che si confonde col brutto, l’istruzione mescolata all’ignoranza, la ricchezza alla povertà, il superfluo più necessario del bisogno, un cd dei Cranberries e uno di musica andina, il fiume che invade l’asfalto, baraccopoli separate da un muro da quartieri residenziali, storie di agguati e banditi, commenti su Trump, cartoline ingiallite spedite da ogni angolo del globo e video girati con la gopro.

Eppure anche qui ci sono bambini che giocano spensierati, coppie che amoreggiano all’ombra del grande albero di mango, adolescenti con sogni di un futuro, lavoratrici con mascherine che tirano a lucido i marciapiedi delle città.

Forse il primo mondo è altrettanto confuso ma non riusciamo a vederlo in modo così nitido. Evitiamo la miseria o la confiniamo in spazi ben recintati. Sperando che ci tocchi il meno possibile.

L’autobus più pazzo del mondo: in combi da Yaca a Abancay, 12 febbraio

Nel bus scalcinato che in mezz’ora mi porta dalla fattoria di Yaca a Abancay ci saranno 5 passeggeri a parte me e l’autista che, a un certo punto del viaggio, abbassa il volume dello stereo. Uno degli autoctoni, seduto davanti, di fianco al conduttore, parla al telefono a voce alta. È una specie di corrispondente radiofonico, racconta del Carnevale che ha preso il via sabato con una grande festa. È in collegamento telefonico con la radio, trasmettono in diretta: “Tanta gente in piazza e per le strade fino a notte fonda, intenta a lanciarsi palloncini e secchi pieni d’acqua”. Il giornalista dice che il Carnevale di Abancay e più in generale tutti quelli del dipartimento di Apurìmac sono riconosciuti come i più belli del Perù, di interesse culturale nazionale.

La linea cade due volte, non so se per la guida spericolata dell’autista, per le curve a gomito e i fiumi che in alcuni punti invadono la carreggiata o semplicemente perché il segnale è debole in mezzo alle Ande.

Arrivo alla stazione degli autobus di lunga percorrenza con largo anticipo e mi metto alla ricerca di qualcosa contro il mal di montagna: per arrivare a Cuzco si superano i 4 mila metri e si possono avere difficoltà dovute al repentino cambio di altitudine. Non trovo infusi né caramelle alla coca ma mi danno una pasticca, singola, presumo tagliata da una confezione più grande. Niente scatola, niente istruzioni, niente controindicazioni. Dubito che la prenderò.

Stazione degli autobus, Abancay, Ande del Perù
La stazione degli autobus di Abancay, in mezzo alle Ande peruviane.

In stazione ci saranno una cinquantina di persone. Sono l’unica bianca, occidentale, europea: una straniera a tutti gli effetti. I locali sono uno strano miscuglio di contadini e gente di città.
Abancay è grande, ha l’università: dovrebbe essere una cittadina. Eppure il passaggio tra case di campagna, seppur dotate di televisione e parabola, e la città vera e propria non si avverte. Ci sono dappertutto lavori in corso, anche se nessuno è intento a costruire. Le case sembrano appena state colpite da un terremoto o eterne incompiute, con mura non intonacate e mattoni a vista, fili di ferro che sbucano dall’ultimo piano in attesa di terminare chissà quando l’edificio. Sembra un’infinita distesa di case abusive, così familiari nel sud Italia.

Nessuna città riesce a darmi l’impressione di civiltà. È una riflessione post-coloniale? Forse sì. Ma mi pare che dappertutto ci sia, mescolata alla tecnologia del wi-fi e delle tv a schermo piatto, una povertà degradata da un processo di industrializzazione che ha dimenticato o volutamente saltato quella che consideriamo, a torto o a ragione, una società progredita: giustizia, liberazione dai bisogni, affrancamento dalla povertà, diritti e garanzie per i più deboli.

Come se a nessuno interessasse davvero dare a tutti una casa dignitosa, un lavoro, mezzi di trasporto, assistenza sanitaria, scuole. Non che queste cose non siano in qualche modo presenti ma non raggiungono lo scopo di liberare il popolo dall’oppressione dei bisogni, dagli “ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Che un governo corrotto, per anni variamente sostenuto dai paesi occidentali dopo secoli di devastazioni colonialiste perpetrate dagli invasori spagnoli non si curi di sistemare un edificio a 20 metri di distanza dalla sede del governo è un conto. Succede a Lima. Le doglianze non andrebbero al di là di un’architettura degradata. Ma che a poche centinaia di metri cresca una baraccopoli dove vivono migliaia di persone senza servizi igienici, acqua e luce è una ferita non per gli occhi ma per il cuore. Nella capitale vivono e lavorano tanti venuti dalle montagne, dai litorali aridi della costa e dalla giungla amazzonica in cerca di una vita migliore.

Chiedo se a Lima c’è lavoro per tutti e mi viene risposto di sì: più di 10 milioni di abitanti non sono ancora troppi. La città divide con alti muri quartieri residenziali da baraccopoli abitate in tutto da un milione e mezzo di persone. Questo processo di urbanizzazione forzata, di abbandono dei centri rurali, produce poveri di una povertà – ai miei occhi occidentali – meno dignitosa di quella che si trova nei villaggi.

Nelle Ande a molti contadini hanno forzosamente trasferito la proprietà delle terre che coltivavano da decenni sotto padrone, sottraendola ai latifondisti. La riforma agraria negli anni ottanta ha liberato i campesinos dalla schiavitù dei padroni e oggi chi ha un campo ha di che vivere, difficilmente patisce la fame in questa zona generosa di frutta, verdure, mais. Gli animali da cortile presenti in tutte le fattorie garantiscono il necessario apporto di proteine, integrato dal pesce dei tanti fiumi che rendono verdi le vallate.

La modernità ha, dunque, attirato masse inconsapevoli verso le metropoli trasformando agricoltori e allevatori autosufficienti in sottoproletariato urbano? E ha saputo, inoltre, agire anche al contrario, irretendo con le sue sirene cittadine e villaggi con le più superficiali comodità – tecnologia, elettrodomestici e mezzi di comunicazione – infischiandosene delle condizioni di vita dei locali?
Qui continuano a costruire in adobe palazzine e casupole che vengono giù ogni volta che la terra trema ma il wi-fi è dappertutto. Non è un’altra forma d’imperialismo?

Viaggio in Perù: tappa a Cuzco, la capitale inca

Il mio viaggio in Perù, oltre alle riflessione antropologiche non richieste, non può evitare di fare tappa a Cuzco, la capitale dell’impero inca. Arrivo che ormai è sera. La città, come tutto il resto, ti illude. Il centro storico è ben tenuto, pur non mancando i soliti edifici in costruzione a riportarti al solito Perù. E, una volta usciti dal quadrato che racchiude la piazza principale e i quartieri dalle strette scale di pietra, non c’è speranza: di nuovo è tutto bombardato.

Plaza des Armas, Cuzco, Perù
Cuzco, qualche attimo prima del tramonto.

Ad ogni angolo provano a venderti escursioni, massaggi, manicure. Donne e bambine in abiti tradizionali portano in braccio cuccioli di lama; chiedono soldi per farsi fotografare. Dappertutto vendono brutti souvenir.

Per fortuna questa volta l’albergo cede poco alle esigenze dei turisti: niente tv in camera, niente riscaldamento ma tre coperte di sottile e morbida alpaca sui letti piccoli, a misura di peruviani e troppo corti per gli occidentali. Una stufa a legna riscalda l’ingresso. Al mattino la colazione servita nella sala immersa nel giardino interno è un trionfo di sapori locali e ricette tradizionali: la signora che prepara al momento deliziose frittelle di mais scalda fra le mani il contenitore per sciogliere il miele, quasi gelato, che va a coprire le dolci tortillas accompagnate da una delicata salsa di maracuya.

Le nuvole in cielo sembrano allo stesso tempo vicinissime e lontanissime.

Muri di pietra e coperte di alpaca, 13 febbraio

Forse sbagliamo a cercare dall’altra parte del mondo i comfort cui siamo abituati a casa nostra e forse abbiamo esagerato nell’esportare beni divenuti in un battito di ciglia indispensabili anche qui: cellulari e inka cola non sono i migliori alfieri della globalizzazione e, probabilmente, nemmeno il turismo di massa lo è.

Piazza di Cuzco in Perù
Plaza des Armas, Cuzco.

Viaggio in Perù: quanto costa visitare Machu Picchu

Visitare Machu Picchu costa circa 250 euro: biglietto d’ingresso, viaggio in autobus e treno fino a Machu Picchu Pueblo, autobus fino al sito archeologico, una notte in albergo e un paio di pasti. Per due ore di camminata in un sito inca in mezzo alle montagne. Ci sono opzioni più economiche e si può ovviamente risparmiare evitando gli spostamenti in treno, dormendo in campeggio e portandosi la colazione al sacco. Ne vale la pena? Non saprei.

Sarà che ormai filtro tutto con le stesse lenti poco benevole nei confronti del paese ma nemmeno qui, grazie ai soldi dei turisti, riescono a dare a una cittadina un aspetto normale. Agua Calientes, altro nome di Machu Picchu Pueblo, da piccolo paesino sede di una centrale idroelettrica si è trasformato in una specie di Venezia del Terzo Mondo.

Machu Picchu Pueblo in Perù
Casupole e alberghi a Machu Picchu Pueblo.

Gli alberghi, spuntati come funghi sulle rive del fiume, hanno lo stesso aspetto desolato di tutto il resto del paese. I ristoranti servono menu turistici a prezzi spropositati.

Non so se c’è un altro modo di intendere il progresso, valido solo da questa parte del pianeta.

Se confronto la loro storia recente con la mia faccio fatica a capire. I miei nonni sono entrati gradualmente nell’evo moderno. Mamma da piccola viveva in una stanza che fungeva da cucina e camera da letto: una sola camera condivisa con i genitori e la sorella più grande. L’acqua si prendeva al pozzo, si cucinava con la legna, il gabinetto era in cortile.
Ma poi c’è stata la liberazione dai bisogni, in tutti i sensi: una casa con l’acqua corrente, il bagno, il gas di città. Insomma, non dover più faticare per fare qualsiasi cosa: mangiare, lavarsi, vestirsi.

Di Machu Picchu Pueblo, il paesino cresciuto in pochi anni sull’onda dell’invasione turistica al sito archeologico Machu Picchu, gli autori imperturbabili della mia guida scrivono come se si trattasse di un borgo svizzero racchiuso tra il fiume e le romantiche rotaie della ferrovia. Non è proprio così: per uscire dalla minuscola stazione ferroviaria devi obbligatoriamente passare per un fitto mercato pieno all’inverosimile di bancarelle che vendono brutti souvenir. Il tetto di ogni “negozio” è in lamiere di amianto. Cartelli con il logo “Visa” e “Mastercard” sono attaccati ovunque: si può pagare dappertutto con la carta di credito o in dollari, a patto che siano perfettamente integri.

Stazione di Machu Picchu Pueblo, Perù
Stazione di Machu Picchu Pueblo.

Soles sgualciti e dollari puliti

Ci vedo una feroce ironia: un posto di un’accecante bellezza naturale devastato da un’incomprensibile spinta a edificare non accetta denaro non immacolato. I turisti hanno rovinato l’incanto del paesaggio a suon di dollari “puliti”, tuttavia non possono spendere durante il loro soggiorno banconote rovinate. Mandano in rovina un pezzo intero di montagna, sostando qui il tempo necessario a visitare il sito archeologico per scattare l’immancabile foto ricordo ma in ogni acquisto che compiono devono spendere soldi alla vista perfetti. Quanto di questo scempio sia colpa dei peruviani e dello Stato, oltre che di noi scriteriati turisti mordi e fuggi, non saprei dire. Né posso condannare un paese povero che prova ad arricchirsi a pezzi, succhiando il massimo da una risorsa turistica senza farsi troppe domande sui contraccolpi sociali, ambientali e culturali del turismo di massa.

I dollari, nuovi e fruscianti, uccidono con la loro fatua bellezza l’antico spettacolo di una natura imponente e di una civiltà antica che non sappiamo più guardare e che muore di fronte allo stupido viaggiare, uguale e inutile, di migliaia di persone prive di cura e rispetto per il pianeta che abitano, qui e altrove, solo di passaggio.

Piazza principale di Machu Picchu Pueblo, Perù
La piazza principale di Machu Picchu Pueblo.

Sito archeologico di Machu Picchu: aspettando che non passi la nebbia, 15 febbraio

Ci sarà un motivo se io, mentre tutti aspettano che la nebbia si alzi per fotografare le rovine inca e scattare l’immancabile foto ricordo, passo il tempo a immortalare le nuvole, l’unico albero rimasto in mezzo al sito, il maestoso Urubamba che si divide in due con la calma e l’impeto di un forcone bandito da un vecchio curandero.

Stare ferma in mezzo alle montagne mentre le nuvole ti abbracciano per un attimo, ti liberano dall’abbraccio in un secondo e tornano ad avvolgerti un momento dopo. L’aria che si fa acqua, inspirare e respirare nuvole, sentirsi non parte della natura ma, per poco, natura stessa. Non sono mai stata così bene in mezzo a tanta umidità. Che inutile invenzione gli ombrelli!

Sito inca di Machu Picchu, Perù
L’unico albero sopravvissuto all’interno del sito archeolologico di Machu Picchu.
Sito inca Machu Picchu, viaggio in Perù
Il sito inca Machu Picchu.
Nebbia sul sito inca Machu Picchu, Perù
Turisti osservano il monte Huayna Picchu, che sovrasta le rovine di Machu Picchu, coperte dalla nebbia.

L’acqua e la coca. Sala d’attesa, stazione di Machu Picchu Pueblo, 15 febbraio

Non molti anni fa una spedizione del National Geographic ha stabilito con certezza che la sorgente del Rio delle Amazzoni si trova sul monte Mismi, che con la sua cupola quasi sempre innevata sovrasta la città di Arequipa.

Il Perù è ricco di fiumi e sorgenti. L’acqua non dovrebbe mancare: per bere, irrigare i campi, lavarsi, produrre energia. Eppure l’acqua in Perù non si può bere, non è potabile dappertutto. Lontano dalle metropoli, nei contesti rurali della costa, delle montagne e della giungla la fanno bollire prima di berla aromatizzata spesso con erbe spontanee o succo di frutti tropicali appena raccolti.

Ma in città e in qualsiasi paesino interconnesso col mondo si beve in bottiglie di plastica. Una delle marche più diffuse è San Luis. La sorgente sta ad Arequipa. La imbottiglia e la distribuisce la Coca-Cola.

Ironia della sorte: la coca, coltivata principalmente in Colombia e in Perù, era un ingrediente della prima versione della Coca-cola, nata come un farmaco prima di diventare bevanda di uso comune. Oggi, la multinazionale Coca-cola ha tolto la coca dalla bibita ma si è comprata le fonti d’acqua del Perù. È la globalizzazione?

Acqua in bottiglia, stazione di Machu Picchu Pueblo
L’acqua delle sorgenti del Rio delle Amazzoni, imbottigliata dalla Coca-Cola.

Il viaggio in Perù continua: arrivo e colazione ad Arequipa, 16 febbraio

Arrivata ad Arequipa molto presto, vado a fare colazione in un bar a pochi passi dal centro. Mi prestano così poca attenzione e in modo tanto plateale che prendo subito il posto in simpatia: capiterà poche volte durante il viaggio in Perù di non essere trattata da turista in posti turistici. Con un cenno la signora che armeggia dietro al bancone mi indica il menu, mi siedo a uno dei tavoli di fuori, nel bel patio, e dato che nessuno passa a prendere l’ordine, rientro dentro e dopo aver attirato l’attenzione della solita signora gesticolando platealmente ordino a voce tostadas, tè e succo di papaya. Ho già capito che dovrò rialzarmi e andare alla cassa per pagare una volta saziata la mia fame.

Le signore, qui lavorano solo donne, sono allo stesso tempo molto indaffarate eppure no, mentre chiacchierano allegramente dietro al bancone del bar che è anche panetteria e pasticceria.

Mentre mangio tranquilla al mio tavolino arriva il secondo cliente della giornata: un signore dall’aspetto europeo. Lo vedo scendere dal taxi, posso guardare bene la strada da dove sono seduta. In una mano ha una borsa di quelle che servono per tenere i documenti e con l’altra si appoggia a un bastone per aiutarsi a camminare. Mi saluta e si accomoda due tavoli più in là, sebbene siano tutti liberi.

Qui, pur sembrando tutto perennemente in costruzione, non ci sono in realtà lavori in corso e i vecchietti passano ore al bar o seduti nella piazza principale del paese. Il vecchietto è anziano sul serio: 98 anni, tedesco, prima moglie italiana, ha vissuto a Siena dove si sono conosciuti durante la guerra. La moglie è mancata dopo pochi anni e lui, dopo non so quale strano giro, è finito in Perù e si è risposato con una peruviana.

Intanto che mi racconta la sua vita, ho finito la colazione e vado dentro a pagare. Le donne del bar parlottano del signore, una dice di andare a vedere cosa vuol mangiare altrimenti sembra – sembra – che non gli prestino attenzione. Mentre la più giovane va a prendere l’ordinazione del sopravvissuto tedesco, la più anziana mi fa il conto. Mi stanno simpatiche: tornerò domani a far scorta di cornetti e pastel de choclo, un ciambellone a base di mais. Chissà se il vecchietto con borsa e bastone avrà un altro giorno per lamentarsi del poco tempo che gli resta da vivere.

Bar di Arequipa in Perù
Il bar di Arequipa con le commesse simpaticamente scortesi.

Arequipa, plaza des Armas: il fotografo e la foto che non ho fatto, 16 febbraio

Nella piazza principale c’è un fotografo. Ha una borsa voluminosa e imbraccia una macchina fotografica abbastanza grande. Fa le foto ai turisti locali, famiglie di passaggio in città, forse prive di smartphone.

Il fotografo li mette in posa davanti alla fontana al centro della piazza, si lasciano la cattedrale alle spalle. Gli uomini hanno cappelli con una larga falda, a volte anche le donne. C’è stato un tempo in cui ogni tribù aveva un suo copricapo a identificarla, poi le dimensioni dei cappelli, la loro foggia, l’altezza e la larghezza delle falde avevano sostituito i capi fatti a mano. Chissà se ora indicano almeno la provenienza di chi li porta, se non il lignaggio.

Il fotografo scatta una volta, poi una seconda – per sicurezza – con il flash, anche se c’è il solito sole potente e assassino del sud America. Tutti restano immobili, i bambini un po’ meno ma gli adulti sono imbambolati non si sa se dalla maestria del fotografo o da tutto l’armamentario che ha addosso. Dopo aver controllato gli scatti, il fotografo accenna con la mano a un localino sotto il porticato della piazza: è uno di quelli multifunzione, come tutte le botteghe di qui. Sono contemporaneamente agenzia di viaggi, ufficio cambio valute, negozio di souvenir, alimentari: in pochi metri quadri ci stanno almeno quattro attività commerciali.

Lì, sotto l’insegna “Photos, Copias, Internet…” il fotografo, trascinandosi tutta la famiglia appena immortalata, va a stampare le foto ricordo. In digitale, non su pellicola, ma è come fossimo ai primi dagherrotipi.

Il tempo si ferma e avanza a strappi, nella piazza bianca di Arequipa.

Piazza di Arequipa, Perù
La piazza bianca di Arequipa.

Arequipa, stazione degli autobus, 17 febbraio, pomeriggio

Stazione degli autobus di Arequipa. In Perù i treni non ci sono fatta eccezione per pochissime tratte a uso e consumo dei turisti. Tutti si muovono in autobus per percorrere brevi o lunghi tragitti e le stazioni brulicano della più varia umanità.

Molti occidentali usano voli interni per raggiungere le mete più turistiche ma l’aereo è ancora troppo costoso per la maggior parte dei peruviani.

Gli autobus sono il mezzo di trasporto preferito da giovani viaggiatori e la scelta obbligata per la gente del posto.

Nella grande sala d’attesa, seduta di fronte a me, tre file davanti, cattura la mia attenzione una signora anziana che, tuttavia, potrebbe non aver vissuto così a lungo: vestita con abiti tradizionali dalla testa ai piedi con gonna, maglia di lana e cappello, solo le scarpe rivelano che pigia il suolo del XXI secolo. Tira fuori dal petto un fazzoletto di stoffa dove ha avvolto e nascosto in un posto sicuro un foglio con su scritto a penna quello che deve essere un indirizzo.

Lo faceva mia nonna: metteva in un fazzoletto le cose importanti – soldi, un documento, un biglietto – ripiegava il fazzoletto e lo teneva stretto al petto.

Ignoro se la signora sappia leggere o meno, e se sì in quale lingua antica o moderna, però passa il foglio a una ragazza molto giovane. Le chiede qualcosa. Si avvicina un’altra donna, si scambiano parole. Poi un’altra ancora. Sono in quattro adesso, a decifrare le scritte e parlottare tra loro.

Dove va la signora di Arequipa? C’è qualcuno che l’aspetta in una città lontana? Ha una sporta da consegnare? Sa muoversi su strade sconosciute?

Dall’altoparlante gracchiano che il mio autobus è in partenza. Mi alzo e abbandono le quattro donne al loro destino. Non ho nessun pezzo di carta a indicarmi il mio.

I pericoli del viaggio in Perù: sulla Panamericana a 100 all’ora

17 febbraio, notte.
Di notte la Panamericana è terreno di selvaggi sorpassi, di regole non rispettate. Il limite di 90 chilometri orari viene superato dall’autobus ogni volta che è possibile; il divieto di sorpassare in tratti pericolosi stabilmente ignorato; il clacson usato per imporre una precedenza non rispettata, per sottolineare un sorpasso vietato, per schernire altri mezzi di trasporto.

Le leggi sembrano fatte per essere violate. Tutte le leggi: quelle stradali, urbane, architettoniche. Quelle della convivenza, quelle igieniche, quelle dell’ospitalità. C’è un doppio canale nelle città dove i turisti vengono spennati con prezzi superiori del 50% in più e, tranquillamente, arrivano a farti sborsare fino a dieci volte quanto pagato dai peruviani.

Pare che il contatto con gli occidentali sia servito a fare buoni commerci.

Si ha l’impressione che gli uomini, ovunque intervengano, rovinino un paesaggio naturale incantevole: non c’è una casa bella, una strada bella, un quartiere bello, una spiaggia bella, una cittadina bella, una scuola bella, un ristorante bello. Non nel senso estetico ma di armonia tra esseri umani e ambiente in cui vivono.

Hanno rovinato tutto: il mare, i fiumi, le montagne, le rocce, la giungla, l’aria.

Si potesse viaggiare come i viandanti, a piedi, evitando ogni vestigia di civiltà, questo sarebbe il posto più bello del mondo. Ma non si può e il Perù rimane il posto più rovinato dagli uomini che abbia mai visto, scaraventato in una modernità che lo sta distruggendo.

Panamericana, viaggio in Perù
Gloria, pubblicità del latte sulla Panamericana.

Aeroporto di Lima: niente è come sembra o la caduta dei pregiudizi, 19 febbraio

La fine del viaggio in Perù: tornare a casa e sospendere il giudizio
Ti fai chiamare un taxi dall’albergo e arriva un furgoncino sgangherato con autista improbabile.
Vai al museo di storia naturale che non sembra un museo: lo scheletro di una balena all’ingresso pare di plastica e gli edifici che dovrebbero ospitare sale e laboratori non sono niente più che casupole colorate. I professori non sembrano professori. Gli stabilimenti balneari difronte all’oceano, segnalati come paradiso per surfisti, sono l’ultimo posto in cui penseresti di fare il bagno. Perfino lo spagnolo non è più la lingua di Don Chisciotte.

Forse bisogna entrare in un’ottica diversa, resettare le categorie di normale e extra ordinario.
Allora sono normali i cavi elettrici che passano tra i rami degli alberi; i sorveglianti armati nei quartieri residenziali della capitale, le case decadenti e decadute, i venditori ambulanti di elettrodomestici e le bambine con il lama in braccio…

Forse vediamo il mondo con gli occhi del pittore che dipinge la sua tela.

“Davanti alle sue opere ci si può chiedere se è così che [il pittore] vede il mondo. La risposta è sì e no. Vedere il mondo è sempre interpretarlo perché non si vede con gli occhi – che sono recettori di luce che connettono con codificatori e decodificatori di scariche elettriche – si vede con il cervello. E il cervello interpreta sempre. Non c’è momento in cui non lo faccia nella nostra vita cosciente”. Nota ai disegni di Lautaro Arrau

Baraccopoli di Lima, disegno di Lautaro Arrau
La baraccopoli di Lima in un dipinto di Lautaro Arrau.

Si guarda con il cervello e il cervello non ammette una modalità di vita differente, un progresso contraddittorio che non capisce, una povertà diffusa in mezzo a una ricchezza distonica.

Forse c’è bellezza, civiltà, meraviglia anche qui se diciamo agli occhi di guardare senza badare all’interpretazione del cervello. Così come c’è distruzione, caos, cattiveria. Tutto mescolato a tutto: ordine e disordine, sporco e pulizia, luce e cemento, fame e abbondanza, nebbia e deserto, brava gente e imbonitori.

Forse risulto anch’io in qualche modo aliena e familiare, straniera e locale, tanto che a Lima i turisti cominciano a chiedermi indicazioni: “Donde està el Parque Kennedy?”. E io, ovviamente lo so dove sta il Parque Kennedy e devo dare l’assurda impressione di sapermi orientare in una metropoli di milioni di persone, nonostante la mia palese e bionda estraneità al luogo.

Ma sapevo dov’era il mare e sapevo, quindi, esattamente dov’ero, come chiunque nato a pochi chilometri dalla costa, non importa di quale parte del mondo.

Ben poca fortuna, per chi passo dopo passo prova a far fare la pace a occhi e cervello: sapere esattamente dove si è e, tuttavia, non sapere mai chi sei.

D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Io di risposte non ne ho nessuna, domande tante. Da un po’ ho imparato che c’è sempre qualcosa di menzognero a rispondere, pensando di aver capito qualcosa di definitivo. O, semplicemente, di aver capito. Io del Perù non ho capito niente.

Miraflores, Lima. Viaggio in Perù
I palazzi di Miraflores, con l’oceano sullo sfondo.

Panamericana, Perù

E ho ancora punture d’insetti e occhi e gambe dolenti
per salire su scale di pietra.

E altitudini troppo elevate
senza dolori di testa.

E stomaco indifferente al cambio di dieta,
all’olio che ignora il punto di fumo.

Com’è che non c’è acqua dove nasce il padre di tutti i fiumi?
Chi mi offre pose tradizionali in cambio di monete sonanti?
La bambina con il lama in braccio, la vecchia senza denti d’oro.

Ma ho solo un pezzo di specchio che non luccica più
per i figli degli indigeni, nella nebbia del Perù.

Nuvole passano lente
spinte lontano da umidità e corrente
nei ricordi non ancora offuscati della mia mente.

Il vento soffia forte
vecchie auto entrano in tunnel simili a grotte.

Un condor nero sorvola la gente
che agli angoli delle strade non vende più niente.

È buia la notte
la luna solo uno spicchio
la differenza fra la vita e la morte
corre sul bordo del precipizio.

Seduta su un autobus grande
vedo dal finestrino rotto
la Panamericana che scorre:
da un lato l’oceano, abbruttito da case e porti e miniere
dall’altro le montagne, brulle, arse dal sole, da un tempo che non passa.

Il gioco di luci e ombre attraversa il finestrino rotto dell’autobus
e il secondo filtro del vetro dei miei occhiali spessi.

Eppure l’incanto del momento è ben visibile e non va perduto: il condor nero
plana leggero all’orizzonte nell’ora blu e attende fiducioso che l’umanità scompaia
per tornare padrone del mondo che sovrasta: terra, acqua, sole e cielo.

Giovani ubriachi, ragazzine con figli troppo grandi, vecchi segnati dalle fatiche
cani randagi felici di correre tra cumuli di macerie e spazzatura.

La bellezza arriva anche qui, sulla lastra d’asfalto grigio della Panamericana.

La plastica colorata e i pezzi di vetro sparsi tra il mare e la strada filtrano i raggi del sole che tramonta dentro l’oceano
rimbalzando contro le pupille decine di saette che trafiggono e allargano il cuore.

È terribile e commovente la natura che continua a offrire il suo spettacolo nonostante il male inflitto dagli uomini.

Fortunato chi si perde e si ritrova in un tramonto.

Viaggio in Perù: Panamericana
Nuvole e Panamericana.
colori salento perù

Il Salento fuori stagione sembra diverso, a partire dal paesaggio. Somiglia alle altre terre di confine, a luoghi posti alle fine del mondo. Al di là della monotonia dei filari di ulivi – imponenti, secolari, attorcigliati come fossero tarantati – i colori sembrano appartenere a un altro emisfero e a paesi che stanno agli antipodi: Ecuador, Argentina, Perù.

Il Salento fuori stagione: ai confini della terra

La terra, per prima, è di colore rosso, pare tinta di porpora. Il cielo, sarà che non ci sono montagne né colline, piomba subito col suo azzurro intenso sul verde delle chiome degli alberi bassi e sul giallo misto di grano, ginestre e sterpaglia che a chiazze copre il rosso sangue del terreno. Di notte diventa tanto scuro che pare nero e si vedono più stelle di quante ne riporta il planetario. Il mare è per un giorno di un blu furioso, spazzato dal vento che aizza la spuma bianca sotto il cielo terso. Il giorno dopo è di un verde acquamarina, trasparente e calmo. A occhio nudo si vedono i ricci neri, le alghe sinuose, i pesciolini che finiscono nella frittura.

Sarà la primavera ma non ci sono mezzi toni, tinte tenui, sfumature delicate in questo lembo di terra stretto e lungo dove si incrociano due mari.

Neanche i segni degli uomini sono leggeri. Costruzioni in pietra in mezzo ai campi servivano – servono ancora? – da riparo ai contadini e a tenere al sicuro gli attrezzi per la semina e il raccolto. Sembrano trulli piccoli, li chiamano “pajare”. Alcuni, più piccoli ancora, pare servissero a tenere il gallo lontano dalle femmine quando non era il momento della riproduzione: i “puddaru”. Sono di un bianco che brucia gli occhi.

In Salento si coltiva grano, si fa l’olio, si raccolgono mandorle. Ho l’impressione con poche macchine o punto, sostanzialmente a mano.

All’interno la cucina è quella povera, di terra. Basta spostarsi a Patù, a pochi chilometri da Leuca. Terra vuol dire verdure, legumi, erbe spontanee: cicorie, fave, piselli gialli, patate, peperoni, pomodori, carciofi, cime di rapa. Carne quando capita e di animali di piccola taglia: pollame, conigli, agnelli.
Sulla costa si aggiunge quello che si prende da scogli e sabbia: ricci di mare, cozze pelose. Poi gamberi piccoli e rossi. Polpi sbattuti per farli arricciare.

La terra del rimorso: Nardò e il tarantismo

Passiamo da Nardò. De Martino scriveva di una Maria di Nardò morsa dalla tarantola – della troppa fatica, del troppo amore, del destino ineluttabile – e curata da nastri colorati, da bande di paese con violini e fisarmoniche, dalla musica e dal ballo frenetico che uccide il ragno invisibile che strega, perlopiù le ragazze, con la sua malìa.

Le crisi individuali si risolvono ancora grazie alla comunità? Con quei riti di vita e morte che fino a pochi decenni fa erano simili a latitudini così diverse? Tarante in Puglia, argia in Sardegna, vudù in Africa e nelle colonie del nuovo mondo.

Com’è più facile capire quello che è lontano nel tempo e nello spazio. Quanto è ancestrale, liberatorio, risolutivo quello che abbiamo davanti agli occhi? L’opulenza dei matrimoni, le luci della festa, la tecnologia che ci ipnotizza…

Se Patù fa rima con Perù

Mi accorgo di non avere neanche una foto di un paesaggio salentino e nemmeno di quello che ho mangiato. Ho fatto solo ritratti, con la macchina fotografica. Niente col telefono.
Cerco su internet un’immagine di Patù di notte: una chiesetta e un paio di strade bianche di pietra. Non ce n’è una bella. Quest’estate il Salento si riempirà di tavolini all’aperto e turisti. Mangeranno cime di rapa fuori stagione, di un verde più tenue, e non si faranno bastare i ricci. Caricheranno con filtri saturi le immagini delle loro vacanze tutte le volte che il cielo e il mare non sembreranno abbastanza blu.

Ma andranno via e torneranno gli stessi colori che, non so perché, sanno di Perù.

L’immagine è Cusco, in Perù. Di Boris G/flickr

natale casa surace

Non tornare in paese per le feste non è un’opzione contemplata per chi è nato al sud. A Natale, così come a Ferragosto, non si può proprio evitare di tornare dai parenti. Ai ragazzi di Casa Surace è bastata una semplice frase “A Natale non torno” per scatenare l’inferno a casa dei parenti di “giù”. Le reazioni sono da antologia.

Giù in paese per le feste da Natale a Ferragosto

Volendo parafrasare, Mamma Bionica avrebbe potuto dire: “Il 26 dobbiamo uccidere la gallina”, con buona pace di tutti i vegani. Ma, abituata com’è al traffico di parenti, mozzarelle e maschere da sub in tutti i periodi festivi dell’anno non ci avrebbe messo molto a capire che sfuggire alla nostalgia della casa avita è un’impresa che difficilmente riesce anche ai più coraggiosi.

Quindi, in barba a tutte le partenze intelligenti, anche noi rotoleremo verso sud sperando che Trenitalia ci assista. Pronti per tornare con la valigia carica di mustaccioli e roccocò.

insalata di orzo pomodori secchi e pistacchi

Come si prepara un’insalata sana e gustosa? Me lo chiede #sorella4saltiinpadella, stupita dal fatto che anche le insalate possano essere buone. Basta seguire qualche semplice regola.

Prima, però, breve presentazione di Sorella 4 Salti In Padella, detta #sorella4saltiinpadella. #sorella4saltiinpadella ha la fortuna di nascere, primogenita, in una famiglia ossessionata dal cibo (composta da #mammabionica, #papaguidamichelin, #fratellocuoco e #iosenzahashtag) e la sventura di non aver ereditato il gene culinario, ammesso che esista. Ha però una bella mente matematica sicché è perfettamente in grado di riprodurre piatti complicati qualora riceva istruzioni logiche e dettagliate. Ha una cucina dotata di lavastoviglie supersonica, di qualsiasi elettrodomestico abbiano inventato e di servizi di piatti bastevoli a un esercito: tre caratteristiche che ne causano la frequente invasione da parte del resto della famiglia, con le scuse più pretestuose. Quando è da sola si mette ai fornelli e, nonostante il soprannome – o nickname come dicono i nativi digitali – aborre surgelati e piatti pronti. Di solito se la cava chiedendo al volo una ricetta a uno a caso dei componenti della famiglia.

L’ultimo SOS indirizzato a me aveva per oggetto: come posso fare un’insalata buona? Ma che sia facile e veloce, mi raccomando!

Cinque regole da seguire per fare un’insalata buona e gustosa

#sorella4saltiinpadella: “Sister, devo preparare qualcosa per il compleanno di mio marito. Tipo un’insalata, che ci posso mettere?”

#iosenzahashtag: “Direi tutto a parte l’insalata verde. A me l’insalata nuda e cruda mette tristezza, è come il riso in bianco all’ospedale…”

#sorella4saltiinpadella: “E allora come faccio?”

#iosenzahashtag: “Ti do una ricetta da cui puoi estrapolare 5 regole base per preparare insalate a volontà per compleanni, cresime e feste comandate. Sei pronta?”

Regola numero uno: usa un cereale, per esempio l’orzo

Non devi seguire le mode del momento (qualcuno ti ha detto “quinoa”??? Ignoralo!), basta ricordarsi cosa mangiavano i nonni: avena, miglio, farro, orzo, grano, mais… Scegli le versioni integrali, se #fratellocuoco ti becca con l’orzo perlato o decorticato si fa venire una crisi epilettica. Quindi prendi l’orzo integrale, mettilo a mollo una notte e la mattina dopo lo fai cuocere ad assorbimento (devi mettere una quantità d’acqua che poi si assorbe tutta). Non devi scolare nè sciacquare, altrimenti ci perdiamo tutte le proprietà nutritive. E l’orzo lo teniamo da parte.

Regola numero due: scegli verdure o ortaggi di stagione

Ora che abbiamo la base dobbiamo pensare al condimento. Useremo verdure o ortaggi di stagione, anche poco “saporiti” perché un po’ di carattere in più lo inseriamo con la prossima regola. Siccome tuo marito è nato lo stesso giorno di Berlusconi (29 settembre), possiamo ancora usare le zucchine. Fosse nato lo stesso giorno di Winston Churchill (30 novembre) avremmo preso la zucca. Tant’è.

Con il tempo e un accorto uso del metodo scientifico – quello che procede per prove ed errori – impareremo come fare gli abbinamenti giusti, accostando una o più verdure ad altri ingredienti più o meno nobili come il pesce, i latticini, i salumi… Per il momento abbiamo optato per le zucchine e possiamo passare alla cottura: anche qui, meno si cuoce meglio è per salvaguardare sapore e benefici nutrizionali, #fratellocuoco docet. Quindi grigliamo, al forno oppure in padella ma senza olio e solo per pochi minuti. E anche le zucchine sono pronte.

Regola numero tre: aggiungi sapidità o un tocco di “umami”

Dalla cucina giapponese (sempre sia lodata) abbiamo imparato come usare sapori forti, per esempio le alghe, la soia, alcuni tipi di funghi per arricchire portate più “neutre” come riso e verdure. Ma anche la cucina italiana abbonda di ingredienti che danno un bel sapore caratteristico a tutto ciò che toccano: pomodori secchi, alici, bottarga, tonno, alcuni tipi di formaggi e salumi. Piccole quantità di uno di questi ingredienti e avremo un’insalata saporita e gustosa. Qui mettiamo un po’ di pomodori secchi. Li puoi chiedere a #mammabionica, ha già preparato “tot barattoli cada figlio”.

Regola numero quattro: fai prevenzione a tavola, ovvero frutta secca a volontà

Lo dice anche Veronesi, mi pare, e in ogni caso Ciro Vestita che è un medico molto più simpatico: una manciata di frutta secca al giorno fa bene alla salute. Noci, mandorle, nocciole, pistacchi; anche qui è gradita meno esterofilia, quindi lascia perdere le noci di Macadamia, soprattutto se non sai dov’è Macadamia – che poi wikipedia dice addirittura che non è un posto ma una persona, quindi se non conosci mister John MacAdam lascia stare. Nel nostro caso, scegliamo i pistacchi.

Regola numero cinque: varia le erbe aromatiche, per cambiare il gusto a tuo piacimento

Qualcuno ti dirà sempre e solo: “prezzemolo”. Diciamolo subito che il prezzemolo si merita tutta la cattiva fama che ha, magari non proprio tutta, tutta, però… Il prezzemolino non sta bene con qualsiasi cosa, non è una scarpa col tacco, perbacco! In natura esistono centinaia di erbe aromatiche, non capisco tutto questo accanimento. Anche se non hai il giardino, ma tu puoi usare quello di #mammabionica, devi avere almeno 5 piantine a casa, sul balcone, sul davanzale della finestra, in bagno, dove ti pare. Io al momento scelgo: basilico, rosmarino, salvia, menta e origano. Alcune sono stagionali e vanno rinnovate di anno in anno, altre sono più resistenti e sono belle da vedere soprattutto in inverno quando tutto diventa grigrio mentre le piantine rimangono belle verdi. Nella nostra insalata ci mettiamo un bel po’ di menta.

Insalata d’orzo, zucchine, pomodori secchi e pistacchi

Ed ora che abbiamo tutti gli ingredienti possiamo preparare la nostra insalata: all’orzo ormai tiepido uniamo le zucchine grigliate, i pomodori secchi tagliati a pezzi non troppo piccoli, i pistacchi sgusciati e sminuzzati e la menta spezzettata a mano (se #fratellocuoco ti becca a tagliuzzare le erbe aromatiche con il coltello partirà con il classico sproloquio sull’ossidazione causata dal vil metallo e blablabla). Olio extravergine d’oliva, ma questo lo diamo come dato ormai acquisito, una bella mescolata e una ventina di minuti di riposo per far sì che i sapori si fondano un po’. Buon appetito e ci sentiamo per il prossimo genetliaco.

 

gelaterie piazzadispagna roma

Al telefono con #papaguidamichelin per un sintetico aggiornamento sulle gelaterie di piazza di Spagna a Roma.

Prima, però, breve presentazione di “Papà Guida Michelin”, ovviamente hashtaggato in #papaguidamichelin. Se pensate che prima di Tripadvisor l’unico modo per mangiar bene in posti sconosciuti fosse seguire le indicazioni delle guide specialistiche (Michelin, Gambero Rosso, Touring Club Italiano…) vi sbagliate di grosso. Prima della democrazia della rete, delle app e delle recensioni facili c’era #papaguidamichelin. #papaguidamichelin conosce tutti i ristoranti di tutta la penisola e anche qualcosa in Europa. Non proprio tutti, a dire la verità: solo quelli dove si mangia bene. E funge anche da google maps instantaneo.

Siete in una zona sperduta della Sardegna e non vi funziona il gps? Basta una telefonata e vi guiderà al ristorante di pesce più buono che ci sia. Volete mangiare l’autentica pizza a metro a Vico Equense? Basta un colpo di telefono. Siete in Erasmus a Madrid e vi sentite spaesati sotto l’insegna di Tio Pepe di plaza Puerta del Sol? #papaguidamichelin si ricorda benissimo dove ha mangiato dei dolcetti buonissimi quando ci passò con la 500 – c’era ancora Franco (per inciso è la pasticceria “Mallorquina”, esiste ancora). Vi vien voglia di gelato mentre siete a passeggio sul lungomare di Reggio Calabria? Ma #papaguidamichelin conosce “Cesare” da una vita!

Quindi basta nominare una città, una piazza, una spiaggia e #papaguidamichelin saprà darvi l’indirizzo giusto (per inciso: ha una memoria da far invidia a qualsiasi sistema di stoccaggio informatico avanzato). Le nostre telefonate, al pari di quelle con #mammabionica, vertono sempre sullo stesso argomento: il cibo.

Venchi, Pompi: un gelato a piazza di Spagna

#papaguidamichelin: “Dove sei? Con chi sei? Che fai?”
iosenzahashtag: “Sto mangiando un gelato sola soletta a piazza di Spagna. Quelli di Bulgari hanno appena pulito la scalinata di Trinità dei Monti. E’ venuta proprio bene, quasi quasi gli chiedo se vengono a spazzare pure la strada sotto casa. ”
#papaguidamichelin: “Ma il gelato l’hai preso in quella gelateria che sta, spalle alla chiesa, sulla sinistra, verso la statua dell’Immacolata?”
iosenzahashtag: “Veramente no. L’ho preso da Venchi, quello del cioccolato griffato. Qui è pieno di boutique del gelato: interni progettati da archistar, gusti inventati dal parolaio matto, file di giapponesi interminabili, prezzi stellari. Venchi, Pompi: tutti così. Tu dove stai?”
#papaguidamichelin: “A Modica, da un cliente.”
iosenzahashtag: “Modica! Mi ricordo! Ci siamo stati in vacanza che ero piccola, avrò avuto 5 o 6 anni.”
#papaguidamichelin: “Mi ricordo anch’io: stavi per finire sotto una Vespa mentre correvi dal fornaio dove prendevamo i cornetti prima di andare al mare. Tua sorella (#sorella4saltiinpadella, ne riparleremo, ndr) aspettava tranquilla sul marciapiede mentre tu stavi per farti ammazzare per andare a fare colazione.”
iosenzahashtag: “Quindi ce l’ho da piccola questa passione per il cibo…”
#papaguidamichelin: “Ebbene sì. Comunque la prossima volta che vuoi un gelato come si deve, vai da quello lì di piazza di Spagna. Ma senza correre.”

mamma sud in cucina cosa mangi

Al telefono con #mammabionica dopo l’ultima trasferta al sud.

Descrivo brevemente “Mamma Bionica”, ribattezzata con hashtag scintillante #mammabionica. #mammabionica si sveglia all’alba e, in ogni caso, sempre prima di voi: tornate alle 5 da una notte di balordi? #mammabionica è già sveglia. Dovete prendere un aereo alle 4 del mattino? #mammabionica sta lì pronta col caffè in mano. Si deduce che non dorme mai, è un po’ la versione femminile dell’uomo bicentenario di Robin Williams. Poi sa fare tutto: cucinare, cucire, ricamare, fare giardinaggio, coltivare l’orto, dar da mangiare alle galline (5), al marito (1) (#papaguidamichelin, ne parleremo a breve…), ai figli (3), ai nipoti (2+ 1 e mezzo), a 4 cuccioli di gatto e una decina di gatti adulti, a ospiti più o meno fissi e gente di passaggio.

In una giornata è capace – oltre alla preparazione di tre pasti completi per tutti i presenti – di potare i limoni, raccogliere il mirto, mettere sotto sale le alici, fare il pane nel forno a legna, cucire un prendisole prendendo le misure direttamente sulla nipotina che corre in giardino, appisolare la medesima nipotina inventando ninnenanne, leggere l’ultimo libro di Erri De Luca, fare un dolce, litigare con #fratellocuoco su ogni argomento culinario/agricolo/campestre, mettere i peperoncini sott’olio e così via praticamente all’infinito.

#mammabionica è sempre preoccupata che non si mangi mai abbastanza. E’ una preoccupazione che ha “de visu” (quando siete presenti) ma soprattutto a distanza. Ha l’abitudine di caricare di provviste i figli che non abitano più nella casa di famiglia. Se tornate giù al sud per il weekend (a Napoli “giù” vuol dire a casa: potete anche anche partire dalla Sicilia per andare giù a Napoli in barba ai meridiani e paralleli)  vi riempirà la valigia di generi alimentari, incurante delle vostre proteste (“Ma io devo portar su il piumone… fa freddo! E poi anche a Roma ci sono i supermercati!”). Non c’è niente da fare.

Questo è il dialogo telefonico del lunedì, dopo che domenica sera, sbarcate dal treno Salerno/Roma a Termini evitando i cani poliziotto pronti ad inseguirvi fino al Colosseo andando dietro all’odore del cibo, avete spostato il contenuto del trolley in frigorifero.

Al telefono con la tipica mamma del sud

#mammabionica: “Ma poi ieri i limoni li hai messi in valigia?”
iosenzahashtag: “Sì mamma, almeno due chili.”
#mammabionica: “E le uova delle galline? Non erano tante, ne hanno fatto giusto 2 dozzine… le hai prese?”
iosenzahashtag: “Sì, quelli di Italo me le hanno fatte tenere sulla poltrona Frau per evitare che si rompessero…”
#mammabionica: “E la ciambella che ho preparato con i mandarini cinesi del giardino?”
iosenzahashtag: “Certo che sì.”
#mammabionica: “E il pane cafone?”
iosenzahashtag: “Ce l’ho, ce l’ho!”
#mammabionica: “E le polpette di melanzane che ho fritto stamattina alle 6?”
iosenzahashtag: “Quelle le ho pure già mangiate.”
#mammabionica: “E l’insalata dell’orto? E i pomodori dell’orto? E i fichi, la zucca, le carote, la cicoria, i peperoncini dolci, i peperoncini piccanti…”
iosenzahashtag: “Sì mamma: avevo almeno 10 chili di cibo, ho preso tutto!”
#mammabionica: “E le noci? Non ho visto se le hai portate… certo avevano ancora il mallo ma sono buone. Le hai prese?”
iosenzahashtag: “Ehmm, no, le noci no. Mi sono dimenticata.”
#mammabionica: “Ma allora non ti sei portata niente!!!”

E sì, lo so: morirò di fame.

mamma_bionica

madre roma monti

A Monti è tutto un fiorire di nuove aperture. Segnalazione per #fratellocuoco.

Introduco brevemente e uno alla volta i personaggi che popoleranno questo blog. Esistono solo nella mia testa. O forse no.

Cominciamo da #fratellocuoco. “Fratello Cuoco” – ma lo chiameremo sempre e solo #fratellocuoco tuttoattaccatoeconhashtagchenonserveaniente –  è un giovine “skef” creativo che reinterpreta in chiave moderna i piatti della tradizione (che frase originale, proprio un concentrato di creatività). Figura mitologica, per metà contadino, per metà guru new age e per metà cuoco (in quanto essere mitologico può avere tre metà) vive un po’ nei campi, un po’ in cucina e molto in giro. A lui racconteremo quel che succede nel mondo della ristorazione. Anche se già lo sa.

Cominciamo col sintetizzare alcune novità della magica – a Roma si dice “magggica” – movida capitolina che possono servire come spunto per (non) inserire determinati piatti in un ipotetico menu di un ipotetico ristorante di una ipotetica città del sud dove ipoteticamente #fratellocuoco potrebbe lavorare a breve.

Cucina napoletana a Roma: le nuove aperture a Monti

Insomma, si sa che la cucina napoletana ha un certo fascino sia che si concretizzi nel ragù domenicale di mammà (nel nostro caso #mammabionica ma non anticipiamo gli altri personaggi…) sia che venga declinata in creative e scenografiche varianti da baldanzosi – a Napoli si dice “chiatti”- chef col tatuaggio di Maradona sul braccio.

Roma, con la pantagruelica generosità che le è propria – a Napoli si chiama “strafottenza” – ama tantissimo le cucine del sud: sud Italia, sud del mondo. Del sud in generale. Soprattutto la cucina napoletana. Lo dice anche la sindaca: “è bella, bella, bellissima”. Tutta questa bellezza culinaria si concentra nello storico quartiere Monti, il rione più alla moda che ci sia. Anche troppo, a parere di chi scrive. A Monti c’è un tripudio di specialità campane declinate in modo monotematico – a Napoli direbbero “appallante” -. Esaminiamo nel dettaglio le qualità dei locali che hanno aperto da poco.

Ce stamo a pensa’: bravi, continuate a pensacce

Ce stamo a pensa’ fa i fritti classici: pizzette, calzoncini ripieni, timballini di pasta. Devono aver preso sul serio i diminutivi perché le porzioni non sono affatto abbondanti. I prezzi invece sì. Questo è il principale difetto della stragande maggioranza dei locali monticiani: siccome il quartiere è diventato un posto “trendy” ti fanno pagare tutto al triplo del prezzo “giusto”. A Napoli il cibo di strada ancora non si chiama “street food”, non se la tira (ovviamente ci sono le eccezioni) e non viene venduto in gioielleria. Provato una volta, non credo che tornerò.

Boccacciello: in attesa di giudizio

Da Boccacciello mettono tutto in barattoli di vetro. A Napoli barattolo si dice “buccaccio” ma è accreditata anche la versione derivante dal francese boite , “buatta”. Ovviamente ci sta la parmigiana, il gattò – a Parigi gateaux -, le verdure, i dolci. E quindi? Non saprei. La vendono come l’idea del secolo e tutto questo marketing culinario un po’ (ma giusto un po’, eh…) ha stufato. Non l’ho ancora provato ma supererò il fastidio per dare un giudizio di merito.

Pizza Trieste: la pizza che non t’aspetti

Pizza Trieste a dispetto del nome non è napoletana nè nordica. I proprietari sono di quella regione del centro Italia sia singolare che plurale: Abruzzo/Abruzzi. E vabbè, la nota di geografia l’abbiamo fatta. La pizza la cuociono in un pentolino, in forno (elettrico). L’impasto non è male: farina bianca, ben lievitata, soffice il giusto. Per me già che non abbia la consistenza di un cracker, come tutte le pizze romane, è un grande risultato: promossa a pieni voti.

Sul giudizio positivo influisce che avevano appena messo su un cd di Lucio Dalla. Nota divertente (di colore, si diceva una volta): il locale è diviso in due ambienti che non comunicano tra loro quindi si fa l’ordine al banco e poi ti portano la pizza ai tavolini uscendo sulla strada. Sarà interessante vedere che si inventeranno per evitare che ci finisca dentro l’acqua piovana ora che inizia l’autunno. Prezzi giusti, considerata la zona e la  qualità delle materie prime (una margherita a 2,20 euro). Ci tornerò.

Madre: “cazzimma” allo stato puro

Madre ovvero “non date mai carta bianca a un napoletano”. Questo deve essere un posto meraviglioso perché l’abbinamento cucina peruviana/cucina napoletana è un’operazione che può riuscire solo a un napoletano infinitamente dotato di cazzimma. A Napoli con “cazzimma” si identifica un tipo senza scrupoli, qualcuno disposto a usare ogni mezzo per il proprio tornaconto personale. Ma, accanto a quest’accezione totalmente negativa, può indicare anche chi è così sfrontato e tanto guascone da risultare inarrestabile e irrimediabilmente simpatico. A questi ragazzi non deve difettare nemmeno l’ironia perché ce ne vuole proprio tanta per mettere nello stesso menu la ceviche e la pizza.

Segnalazione per #fratellocuoco: la combinazione Napoli-Perù offre spunti interessanti per Ghepardo e non solo. Da provare quanto prima per verificare se i prezzi sono giustificati da capacità tecniche e materie prime oltre che dalla posizione centrale ma abbastanza lontano dalle viuzze più pretenziose di Monti. Una marinara a 14 euro genera tante aspettative. Vi farò sapere se non andranno deluse.

madre_roma_ceviche

madre_roma_pizza

in cucina cosa mangio cibo

Mi arrendo. Con l’età bisogna fare delle scelte. Fotografia, viaggi, giardinaggio, musica, cinema, jogging… è inutile fingere di avere interessi plurimi quando il mio chiodo fisso è solo uno e le mie giornate trascorrono cercando di rispondere nel modo più gaudente possibile alla domanda: “Oggi che mangio?“.

Che mangio oggi? Come risolvere un problema esistenziale

Racconterò la mia ossessione quotidiana per il cibo non sul lettino di un analista (almeno fino a quando non sarà previsto un aperitivo da consumare nel corso delle sedute) ma in questo spazio.

Non troppo spesso ma nelle pause tra colazione, pranzo e cena e nei momenti in cui non sono impegnata a fare la spesa al mercato, a provare locali vecchi e nuovi, a studiare abbinamenti e varianti per le cene casalinghe, a messaggiare su whatsapp col fratello cuoco, ad andare a spasso per Roma in cerca di cibo buono, a ritornare al mare e ai monti della mia infanzia per recuperare i limoni dell’orto, la colatura di alici di Cetara e il pane fatto in casa.

E, niente. Ora vado che ho le pentole sul fuoco. Per la precisione uova a chilometro zero (delle galline di mammà) e ciambotta di fine estate.

mercato piazza vittorio roma

Il mercato di piazza Vittorio è uno dei più caratteristici di Roma. Il mercato è uno dei miei posti preferiti. Ma non gli riconosco una semplice preferenza, lo adoro proprio.
Bisogna frequentare il mercato di una città per capirne l’anima. Se la città è grande probabilmente ne avrà più di uno, di mercato. Così come avrà più di un’anima.

A Madrid il mercato San Miguel prima di trasformarsi in un luogo dove fare aperitivi alternativi era il più bello della città. Cuore di acciaio, struttura imponente, posizione centralissima, frequentato da madrileni e ricco di botteghe storiche.

A Valencia il mercato centrale sembrava potesse accattorciarsi su se stesso da un momento all’altro. Ma le sue vetrate e le ceramiche colorate hanno resisitito a più di una Fallas (la festa che a marzo mette a ferro e fuoco la città).

Ad Alicante il mercato era a due passi dal mare e ci passavo quasi ogni pomeriggio verso le tre tornando dalla spiaggia. Stavano già chiudendo e praticamente regalavano il miglior pesce fresco della penisola iberica.

A Roma ne conosco bene due: il mercato della Coldiretti e il mercato di piazza Vittorio.

Il mercato della Coldiretti al Circo Massimo

La Coldiretti gestisce il mercato Campagna amica vicino al Circo Massimo. Si capisce subito che siamo lontanissimi dal mercato classico: qui bisogna prendere il numeretto come in un supermercato qualunque. Ma, a differenza di quanto avviene perfino al supermercato, non si può scegliere quale frutta e verdura comprare. E’ pieno di gente che ci va a fare la spesa perché fa tanto radical chic il prodotto a km 0 venduto direttamente dai contadini (!). Deve essersi sparsa la voce che è un posto tipicamente romano perché è pienissimo di turisti e di gente che segue le mode facendo finta di non seguirle.

Che sia un posto “gourmet” si deduce anche dal carrettino che fa le centrifughe e dal finto orto impiantato nel cortile interno. Qui si può mangiare scomodamente su panche di legno in tipico stile monticiano. La scomodità è un’altra cartina tornasole dei luoghi “à la page” e il quartiere Monti è l’esempio più fulgido di mondanità romana.

Monti, l’ex suburra, è un magnifico dedalo di vicoli. La “pancia” della Roma imperiale destinata a soddisfare i vizi e le voglie della Roma bene che qui si confondeva alla plebaglia grazie alla totale mancanza di luce, aria e perbenismo. Da qualche anno è infestata di localini minuscoli dove si sta seduti su cassette di legno, sgabelli e pouf circondati da finti arredi di recupero a mangiare cibo improbabile finto naturale pure lui.

Della guasconeria tipica degli abitanti del quartiere, dell’indolenza con cui guardava alle umane miserie per lenirle col balsamo della fugacità non è rimasto nulla. Nessuno parte più di qui, sanpietrini alla mano, per andare a fare a sassate coi trasteverini come ai bei tempi. Per trovare un po’ di popolo, di gente che non sente il bisogno di fare la messa in piega per andare al mercato, bisogna spostarsi di poco. Tanto basta a raggiungere la sabauda – solo nel nome e nell’architettura – piazza Vittorio.

Il mercato di piazza Vittorio a Roma

I portici hanno ospitato a lungo il mercato più bello della capitale che ora si è spostato al chiuso, nell’ex caserma Sani. A piazza Vittorio si va a fare la spesa ottendo il massimo risultato con il minimo sforzo. Il massimo della qualità, ovviamente a saper scegliere e osservando gli avventori abituali. Per dire: io compro il pesce al banchetto dove si serve il mio macellaio di fiducia. E, anche se non capisco una parola di quello che dicono, tendo a selezionare le bancarelle dove i pakistani comprano dai pakistani, i brasiliani dai brasiliani, i romani dai romani (pochi in verità).

Al mercato potete toccare con mano qualsiasi cosa e, concessione altrove inaudita, assaggiare prima dell’acquisto.  Qui trovate ingredienti provenienti da ogni parte del mondo. Oltre a materie prime più esoteriche che esotiche coltivate in Italia e destinate agli immigrati di stanza nella capitale. La varietà di spezie ha dell’incredibile. Basta girare l’angolo per sbucare in un suk, svoltare a destra per trovarsi in India, proseguire diritto attraversando Cina e Giappone. 

In mezz’ora potete fare il giro del mondo. E non stupisce per niente che tutto il mondo possa convivere con le espressioni più tipiche della romanità. Dai venditori stranieri che ti apostrofano in vernacolo al tripudio di baccalà, puntarelle, carciofi e quinti quarti.

mercato piazza vittorio roma

Pare che il caos che regna sovrano sia funzionale sia agli acquisti sia all’esperienza in sè. Filtra attraverso l’abilità commerciale dei mercanti uno spirito ulteriore forse connaturato alla natura stessa del cibo. E non si ferma al corpo ma tocca le corde più profonde dell’anima. Qui il cibo è come dovrebbe essere, un nutrimento, uno scambio con l’ambiente che ci circonda, un veicolo di culture e tradizioni diverse, un incontro con gli altri e una scoperta o riscoperta di sapori e saperi.

Per questo devo andarci almeno una volta alla settimana, non perché ho finito le cipolle, ma per sentirmi a casa.

Ode al mercato di piazza Vittorio

Ho comprato miele, zucchero e cannella. Me l’ha detto mia sorella.
Ho comprato tutto a piazza Vittorio, che è un mercato che adoro. Davvero.
Ho comprato pure del bicarbonato ma non per farci il bucato.
Mi serve a preparare delle creme, per il viso il corpo e il sedere. Davvero.

imperfezione ritratto bn

Non amo la perfezione.

Mi piace che la vita si intrometta a sporcare qualsiasi tentativo di renderla ferma, liscia, praticamente perfetta.

Mi piace che in una canzone si sentano le voci dello studio di registrazione in sottofondo qualche secondo prima che cominci o finisca il brano, il rumore ovattato del pedale che si abbassa sotto il piano, il direttore che chiama i cori a intervenire.

Mi piace che una foto non sia perfettamente a fuoco, ben bilanciata o con i punti chiave in sezione aurea; mi piace che sia storta, sghemba e che l’inquadratura non contenga per intero il soggetto che si pretende di immortalare; che occhi, mani e piedi non si facciano intrappolare dall’obiettivo.

Mi piace che in un video si sentano i rumori “d’ambiente”, si veda gente che passa indaffarata a fare altro mentre chi è in primo piano non fissa in camera ma guarda altrove, rifiutando di dare occhi e anima a una macchina come fosse un fantoccio, una maschera, un presentatore imbolsito ipnotizzato dalla lucina rossa.

Mi piace che in un piatto manchi qualcosa, che ci sia un sapore slegato dagli altri, che sia sempre possibile migliorarlo aggiungendo o togliendo un ingrediente.

Amo che le cose si vedano per come sono: imperfette e meravigliosamente umane.

ritratto_bn

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità”.
Montale