Girovagando su internet mentre facevo altro (come al solito) mi sono imbattuta in un libro – ma che dico ‘un’ libro: ben due libri – sull’Erasmus. Stupore? Ma anche no.
Pubblicati da case editrici minori – e quindi destinati alle cantine delle librerie più che agli scaffali delle stesse – sono un tentativo (valido?) di esorcizzare la tragica depressione post Erasmus che colpisce i giovani studenti al rientro nelle amate/odiate patrie.

L’occhio dell’Erasmus di Walter Melillo,
dato alle stampe nel lontano 2006 da Editing Edizioni (!) di Treviso e Back for good di Viviana Segantin, uscito da poco per Panda Edizioni (!).
Il primo è ambientato in Spagna e il secondo in Inghilterra; io non li ho letti e quindi non li posso consigliare (ma nemmeno sconsigliare…), però un bel link non si nega a nessuno.

Ps: perchè l’Italia ha tutte ‘ste case editrici e un numero di lettori scarsissimo? La spazzatura non è l’unica anomalia italica.

Qualche settimana fa esprimevo qualche dubbio sull’utilità di tenere un blog mentre si partecipa a quel ‘vituperato’ progetto che va sotto il nome di Erasmus.

In realtà  la moda/mania di  scrivere un diaro on line – il blog – imperversa.

Volendo fare una critica costruttiva al mezzo ‘blog’ (rischiando anche di cadere nel ridicolo, considerando che si parlerebbe ‘male’ dello stesso strumento che si sta utilizzando per comunicare: autoriflessività all’ennesima potenza, quindi) fissiamo qualche punto dividendo i blog per categorie:

  • Blog strettamente personali: ovvero il diario adolescenziale scritto in bit invece che sulla smemoranda.
    Questa tipologia di utilizzo, lungi dall’essere dannosa, non è nemmeno utile per la collettività: è un modo – alternativo – per mantenere i contatti con la ‘tribù’ di amici e conoscenti (il modello ‘livespace’ di Microsoft, per intenderci). Molto spesso i lettori del blog devono essere autorizzati dall’autore per leggere i post. Tipo di relazione: da uno a pochi.

  • Blog personali di ‘bricolage’: ovvero blog che trattano di argomenti specifi di particolare interesse, per l’autore e chi legge.
    Questa tipologia, la più diffusa, è molto utile per la collettività, intesa come comunità che condivide una serie d’interessi. Dai blog tecnologici a quelli di cucina, fotografia, viaggi, termodinamica – oltre a quelli sul bricolage – la rete è piena di utenti esperti che mettono in rete le proprie conoscenze – professionali e personali – aumentando e migliorando la diffusione di tecniche e saperi. Tipo di relazione: da uno a molti.

  • Blog collettivi: ovvero blog riguardanti uno o più argomenti gestiti da più autori (o da un autore con più utenti).
    Questa tipologia, che sovente accoglie molti blog di ‘bricolage’, è il trionfo di quelle tecnologie web 2.o tanto care agli amanti di Internet (e agli ‘odianti’ Bill Gates e affini). La rete una volta era il regno incontrastato di informatici schizzati – i famosi ‘nerd’ -, interamente costituita da contenuti prodotti da utenti ‘esperti’ – conoscitori di linguaggi come html, protocolli come ftp, algoritmi di conversione per ridurre immagini, video e audio: insomma informatici ‘sfigati’ -.

    Oggi, grazie alla semplificazione di strumenti per la pubblicazione e gestione di contenuti (i famosi CMS, Sistemi per la Gestione di Contenuti, come WordPress, Splinder, Joomla, Mambo…), tutti possono saltare l’ostacolo del gap tecnologico e trasformarsi in ‘editori’.  Sicchè un blog ben curato, aggiornato con contenuti interessati e gestito con sapienza e pazienza, molto facilmente verra seguito da un numero di ‘aficionados’ che attraverso i loro interventi e suggerimenti contribuiscono a definire la ‘linea editoriale’ dell’autore del blog. Tipo di relazione da molti a molti.

    In molti casi, poi, c’è una vera e propria redazione virtuale (spesso geograficamente sparpagliata in ogni possibile luogo fisico) che scrive e pubblica articoli in auspicabile collaborazione o in piena solitudine. Questa è la condizione più diffusa per blog e portali ‘divulgativi’ e d’informazione.

E’ ipotizzabile, e anche auspicabile, che l’ultimo modello contagi anche il vecchio web 1.0?

A chi giova tenere un diaro internettiano (meglio conusciuto dal volgo come ‘blog’) mentre si sta facendo quell’esperienza a metà tra il mistico e il paranormale che va sotto il nome ‘Erasmus’?

Il blog è lo strumento più adeguato per raggiungere un alto numero di persone con un minimo impiego di energie. Se deve raccontare qualcosa ai suoi amici un Erasmus lo mette sul blog e i suoi amici gli risponderanno lì, ci vuole troppo tempo a mandare e-mail a tutti.
Ma quanto è costante l’esposizione di sé al mondo? E gli sbalzi di continuità nell’aggiornamento sono dovuti alla difficoltà materiale di reperire pc connessi alla rete? O alle assenze fisiche e mentali che caratterizzano i lunghi soggiorni all’estero degli studenti erasmiani?

Per definizione ontologica un Erasmus è troppo impegnato a vivere per trovare il tempo di scrivere alcunché.

Da qualche settimana sono tornata ad occuparmi attivamente dell’Erasmus, unendo una vecchia idea (quella di creare un sito per raccogliere le testimonianze degli ex Erasmus) a un progetto di PlanetErasmus.
Tra pochi giorni dettaglierò a fondo, stiamo definendo le ultime cose.
Mentre scartabellavo tra gli appunti della tesi, vecchie interviste e volumi di antropologia impolverati mi sono tornate in mente (come dice Alex Britti) alcune osservazioni fatte all’epoca – 2005 – che oggi, legate ai fatti delle ultime settimane, acquistano un valore ‘particolare’.

A proposito della percezione di sè e del proprio Paese d’origine annotavo la comprensibile apprensione di mia madre che per tutta la durata dell’Erasmus ha continuato a chiedermi se ad Alicante vendessero fragole, broccoli e arance. Alla mia risposta affermativa ribatteva: ‘Eh, ma non sono come da noi!’
Senz’altro si trattava di frutta e verdura ‘diversa’, buona uguale però.

Adesso chi lo dice agli alicantini e al resto del mondo che la produzione agricola campana è seriamente minacciata dall’incapacità di raccogliere e smaltire i rifiuti?
Anche la spazzatura riflette e comunica un’idea di civiltà, o la sua assoluta mancanza (‘basura es cultura’ direbbero in terra iberica).
Mi toccherà cambiare fruttivendolo?

Post serio sull’erasmus: spero sia il primo e l’ultimo.

Sorvolo sul fatto di cronaca nera (spetta agli inquirenti stabilire colpevoli e moventi) per allargare brevemente il discorso alla percezione che i non-erasmus continuano ad avere degli erasmus.

Non vorrei attribuire ai mass media sentimenti diffusi tra la popolazione ‘normale’ – la gggente -, mi auguro che prendano con le pinze tutto quello che leggono sui giornali e guardano in tv.

Mi sono, fortunatamente, persa sia Vespa che Mentana ma purtroppo la rete conserva pezzi di giornalismo esemplare (vi rispiarmio, per pietà, i link; ma dal Corriere in giù non si salva nessuno).

La popolazione tutta ignora (o fa finta di ignorare) che alcol, fumo e sesso facciano parte della vita dei cosidetti ‘giovani’, categoria piuttosto espansa che comprende esseri umani di età compresa tra i 14 e i 40 anni (anno più, anno meno) – ahimè per i 40 -. Mi permetto di considerare gli erasmus esseri umani a tutti gli effetti e non creature mitologiche a metà tra i baccanti e gli svitati di Arancia meccanica.

E’ fisiologico, culturale, ‘normale’ andare a una festa, bere due bicchieri di vino, fumare un paio di sigarette in allegra compagnia il fine settimana?
Per i giovani sì. Continue reading “Erasmus: va in onda lo spettacolo dei media”

[Attenzione: post autoreferenziale!]

Su Cafebabel c’è un’interessante inchiesta di Prune Antoine sulla depressione post-erasmus, Sindrome post-erasmus: sos depressione. Per i francofoni c’è la versione originale.

A 20 anni di distanza dalla creazione del progetto si inizia a parlare anche delle conseguenze ‘psichiche’ che gli erasmus patiscono una volta concluso il periodo di studio all’estero. Non solo esami, quindi, ma le ripercussioni che a breve e a lungo termine ha l’erasmus sulla vita – pensieri, emozioni, parole – di ogni studente che ha vissuto ‘pericolosamente’ quest’esperienza.

Buona lettura.

Depressione post-erasmus

Mancano pochi giorni all’inizio delle lezioni del nuovo anno accademico. Ne approfitto per ricordare agli studenti universitari l’esistenza del progetto Erasmus (che una volta aveva come nome completo ‘Socrates-Erasmus’ e adesso, chiuso Socrates, dovrebbe rientrare nel nuovo LifeLongLearnig, sigla pomposa che racchiude tutti i programmi europei legati al mondo dell’istruzione).

Il modo migliore per farsi un’idea di che cos’è l’Erasmus è digitare ‘blog erasmus’ su google (o qualsiasi motore di ricerca): migliaia di sconosciuti raccontano in diretta la loro esperienza.

Se, invece, chiedete direttamente a chi è tornato dall’Erasmus, sarete inondati da commenti nostalgici e un po’ (ma anche tanto) deprimenti.

Gira in rete una canzone (che mi ha ricordato Proietti che scimiotta i cantanti francesi) di Martino Reggiani: Sul tetto del mondo. Mooolto nostalgica, consiglio la visione immediata di una puntata dei Simpson subito dopo per attenuare l’effetto lacrimuccia.

Tra i link presenti su Wikipedia segnalo l’intervista a Sofia Corradi, una delle ideatrici del progetto.

(Dis)Armatevi e partite!