erri de luca libri di natale

A Natale di solito regalo libri. A tutti, indiscriminatamente. Scruto con attenzione il momento in cui chi scarta il pacchettino scopre cosa ho scelto: la faccia che fa è la cartina di tornasole per capire se ho scelto bene, assecondando gusti o suggerendo sconosciuti da scoprire. L’effetto sorpresa è altamente rilevatore e c’è giusto un attimo, prima  del ringraziamento di circostanza e del sorriso di cortesia, in cui il volto è sincero e svela la collocazione prossima del libro appena ricevuto in regalo: la biblioteca dei preferiti o la pila dei regali da riciclare.  E’ un test che rivela molte cose su chi dona e chi riceve il dono e un esercizio che mi ricorda i tempi dell’università in cui ero sempre in modalità “osservazione antropologica” per la tesi di laurea.

I libri di Natale di Erri de Luca

A questo rituale si sottrae una sola persona: mia madre. Da anni ho delegato il momento della scelta a Erri De Luca. A Natale, cascasse il mondo, mamma sa già che troverà sotto l’albero un libriccino di Erri. Lei lo sa, io lo so e ho il vago sospetto che ormai lo sappia pure Erri.

Erri è uno di quei pochi scrittori di cui non voglio leggere tutte le opere, per avere sempre qualcosa di suo che ancora non ho letto.

Deve abitare da qualche parte vicino a casa, a Roma, e la prossima volta che lo incontro devo ricordarmi di dirgli di scrivere almeno un libro all’anno perchè mi serve per il regalo di Natale a mamma.

Erri che arriva puntuale e beve birra,
Erri che non si siede per vedere le persone,
Erri che legge il russo ma non lo parla,
Erri che è come i suoi libri, asciutto e sottile,
Erri che De Andrè non era attuale nemmeno in vita figuriamoci adesso,
Erri che di Dostoevskij sarebbero bastate solo le notti bianche,
Erri che ha la mia stessa lingua madre,
Erri che ha gli occhi blu pure in bianco e nero.

humus natura di chef presentazione

In questi giorni diverse declinazioni del numero tre (ammesso che i numeri si possano declinare…) richiamano in continuazione la mia attenzione. Sarà un caso?

Il nuovo trio della musica italiana: Fabi, Silvestri, Gazzè

In musica, il trio composto da Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè mi ha accompagnato in chiusura d’anno con due concerti. Uno a Napoli e l’altro in metro a Roma, improvvisato e ancor più gradito del primo. A inizio anno li ho visti non più dal vivo ma in video su rai3 (rieccolo!) protagonisti del bel documentario LocalEuropa – Musica valida per l’espatrio con le riprese della tournée europea de Il padrone della festa e le testimonianze degli italiani all’estero incontrati dai tre musicisti durante il tour, molti dei quali ovviamente ex Erasmus (quando si dice “corsi e ricorsi storici”…).

La trilogia “I nostri antenati” di Italo Calvino

In prosa, mi è capitato tra le mani dopo anni Il visconte dimezzato, prima parte della trilogia I nostri antenati di Calvino con Il cavaliere inesistente e Il barone rampante. Il visconte protagonista del romanzo viene diviso a metà da una palla di cannone durante una battaglia. Il visconte dimezzato rappresenta il bene e il male che c’è in ognuno di noi, l’incompletezza dell’uomo che realizza una parte di sè e non l’altra.

Il ricomincio da tre di Troisi

In poesia, perché se si tratta di Troisi mi pare questo il termine più adatto, mi è tornato in mente Ricomincio da tre in occasione dell’uscita nelle sale dell’ultimo film di Siani, credo per compensazione (con tutto l’affetto – che pure abbiamo – per Siani) o per la motivazione inoppugnabile che dovrebbe guidare la scelta del nome di qualsiasi nascituro e non solo del famoso Ugo/Massimiliano.

I tre di Humus – Natura di Chef in cucina

Ed è sulla scia di questa continua attualizzazione della trinità che presento l’ultimo progetto di cui faccio parte Humus – Natura di Chef. Anche qui siamo debitori del numero tre in più di un senso. Dapprima perché siamo in tre: c’è mio fratello Fiore, cuoco provetto. Francesca super-esperta di cosmesi naturale e non solo. E, infine, ci sono io con le mie solite passioni culinarie. Poi perché tre sono le direzioni in cui ci muoviamo: educazione alimentare, sostenibilità e recupero del territorio con le sue tradizioni. E tre sono i luoghi fisici dove si può materialmente partecipare alle attività di Humus: la sede di Cava de’ Tirreni, a pochi chilometri dalla Costiera amalfitana con la scuola di cucina e lo spazio sociale; l’orto-laboratorio in campagna, sempre a Cava e Roma, dove faccio base in questo periodo (anche se non mancano incursioni/escursioni nel resto della penisola).

humus natura di chef

Un pensiero uno e trino

Tutto questo rimuginare sul “3” mi pare un esercizio utile per riflettere, partendo dai tre esempi sopra citati, sulla scelta dei compagni di viaggio, sulle opportunità di moltiplicare punti di vista e riflessioni, sulla necessità di armonizzare timbri diversi e sui vantaggi insiti nel condividere le responsabilità dell’età adulta senza perdere in meraviglia e divertimento.

ode al vegano tu mi tuberi

.Non sono stata folgorata (almeno non del tutto) sulla via di Damasco di nostra signora delle Verzure ma sono un’adepta saltuaria della religione vegana. Non posso, però, non notare un progressivo imbarbarimento del senso civico (o una leggera flessione del senso sociale, come direbbe Gazzè) unito a un ostile accanimento in chi si ingegna per trasformare una legittima scelta alimentare in una religione, finendo col dividere come al solito NOI (i buoni) dagli ALTRI (i diversamente vegani ovvero i nuovi mostri) cercando di fare proselitismo in ogni luogo, in ogni lago e non mi ricordo più la canzone che ovviamente non è di Gazzè…

Sicché avendo addirittura sognato una specie di dibattito fra le due opposte fazioni – vegani e non -, sotto forma di rap atipico o canzonetta sincopata, mi appello al mio consueto spirito del tubero nell’augurarvi lieti sogni pieni di ogni tipo di leccornia che più vi aggrada.

Ode al vegano o rap anticircadiano o tu mi tuberi

Io sono sensibile, ho sviluppato il mio lato umano
ho più rispetto per le mucche che per un campo di grano.
S
offro anche quando vedo un vegetariano
sono integralista nel profondo
mi batte solo il fruttariano.

Però… però…
tutto il mio senso civico si concentra nel piatto.
S
gaso con il SUV con lo stereo a palla come un qualsiasi coatto.
I
nsulto i carnivori su facebook da uno smartphone di ultima generazione fabbricato non so dove e non mi interessa a quali condizioni.
M
angio formaggi e derivati in forma di insulse imitazioni.
M
i beo di coltivazioni bio magnificandone la supremazia chimica senza conoscere nemmeno la molecola di H2O.
V
edo un complotto demo-pluto-giudaico anche nel consorzio del crudo di Parma.
M
i appello a un originario veganesimo parasillogistico ed evoluzionistico:
se discendiamo dalle scimmie non dobbiamo mangiare carneeeeee!!!
(Sì, però dovremmo vivere nudi sugli alberi senza elettricità e acqua correnteeeee!!!).

Non so come fate a non impressionarvi davanti alla carneficina quotidiana di povere bestie.
Quando io passo indifferente tra barboni, poveri e malati di mente.
N
on riconosco dignità ai vegetali ma solo ai mammiferi che mi somigliano di più.
Ee non mi accusate di antropocentrismo per carità.
I
o non seguo una moda ma sono vegano fin dal concepimento e filtravo quello che mangiava mia madre facendo nodi al cordone ombelicale.

Se scopro che al bar mi hanno macchiato il caffè col latte vaccino sono capace di farmi venire una crisi epilettica e ovviamente denuncio il titolare per attentato ai miei diritti costituzionali.
S
e chi raccoglie la frutta e verdura che mangio è un immigrato trattato come una bestia non mi pongo il problema in quanto non trattasi di maltrattamenti di animali ma di umani.
D
a quando non mangio carne sono in pace con il mondo e in guerra solo con una percentuale maggioritaria di vegetariani, carnivori e onnivori!

ode al vegano tuberi

Magari siete assolutamente convinti di essere gli unici a decidere la scelta della marca (si dice ancora così?) al momento dell’acquisto della solita confezione di caffè: aroma, gusto, colore, prezzo sono i soli elementi che considerate.

Sicuri? Da tempo ormai nemmeno una scatola di pelati  è “solamente” una lattina piena di pomodori. Nel migliore dei casi è arte, nel peggiore merce che la pubblicità si affanna a vendere.

Parola di testimonial, di Alessandro Aquilio, vi spiega quanto i vari Solenghi, Proietti, Bonolis&Laurenti, Manfredi, Baudo (e potrei continuare all’infinito) influenzino le scelte e i bisogni del consumatore.

++ Parola di testimonial di Alessandro Aquilio ++

parola di testimonial

Ps: si è spento qualche giorno fa Emilio Lavazza, imprenditore che meglio di altri ha capito l’importanza della comunicazione, investendo nella pubblicità a partire dagli anni 50. Dal sodalizio con Armando Testa nasce la mitica Carmencita e il fortunato filone dei testimonial in paradiso.

Il nostro idolo, Tiziano Ferro, Tizzy per le fan, non contento di farci scervellare sul probabile (o improbabile) significato delle sue canzoni ha pensato di aumentare il grado di difficoltà d’interpretazione dei suoi testi.

Primo: ha tradotto Indietro in inglese (e non vi dico cosa diventano i versi  ‘Ricevo il tuo contrordine speciale. / Nemico della logica morale. / Opposto della fisica normale). Secondo: ha deciso di pronunciare la lingua del Bardo come se abitasse ancora a Latina e non – udite, udite – a Londra. Si vede che la full immersion in Inghilterra non serve a molto.

Vi invito a sentire il ritornello: quel ‘breathe gentle, be gentle trasformatosi in un più mediterraneo ‘Vincenzo, Vincenzo’.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=UIE3xFbNFKY&hl=it&fs=1&]

Però, in fondo, gli vogliamo bene. A Tiziano e a Vincenzo in egual misura.

Abbiamo già parlato di quanto sia difficile trovare nei testi di Tiziano Ferro un significato letterale facilmente intuibile (leggi il post Ed ero contentissimo, dice Tiziano Ferro. Ma perche’? e le obiezioni che mi hanno mosso i fan di ‘Tizzy’, in modo insolitamente gentile ed educato.)

Ma il nostro Tiziano non si ferma ai testi e gira sovente videoclip altrettanto oscuri. Sicche’ oggi ci esercitiamo con il video di ‘E fuori e’ buio‘, provando ad applicare le care vecchie tecniche semiotiche al video del buon Ferro (tra parentesi: la semiotica è la disciplina che studia i segni e definisce i processi di comunicazione e i sistemi di interpretazione; usarla con prodotto tipico della cultura pop non è meno nobile che applicarla alla Divina Commedia).

Che cosa ci fa vedere il video? Un Tiziano Ferro che gira come un disperato nelle stanze della villa di George Clooney sul lago di Como (o in quella di un vicino altrettanto sborone). Lei non c’e’ piu’, compare solo nelle vecchie foto e nei filmati che ritraggono la coppia felice di un tempo e truccata da Marilyn Manson (da vampira?) nei minuti finali mentre succhia il sangue dal collo del povero Tiziano che, in un momento di lucidita’, esce di casa e si salva: i vampiri, infatti, non sopportano la luce del giorno. Fine.

La trama e’ la solita: lei ha lasciato lui e lui si dispera. Finche’ non realizza che e’ stato un bene: lei lo stava ‘metaforicamente’ uccidendo. La classica storia finita male.

Tutto molto lineare e, anche, piuttosto banale (almeno per chi e’ nato negli anni ottanta e si e’ sorbito qualche film del terrore, il conte Dracula, Thriller di Jacko, il pulp, la saga di Blade, etc, etc…). D’altra parte e’ un segno tipico della cultura pop giocare con gli stereotipi e volgarizzare vecchi miti.

E, allora, qual e’ il problema? Il solito: e’ che il significato del video proprio non lo si capisce (infatti a me, nonostante la semiotica e la ‘pop-culture’ me l’han dovuto spiegare).

Quanto rimpiango i bei film muti di una volta.

Se vi trovate a Torino in notturna vi capiterà di andare ai Murazzi. In questo periodo, alzando un po’  la testa vi imbatterete in Doppio passaggio, opera di Joseph Kosuth che fa parte dell’iniziativa Luci d’artista.

Dando le spalle alla Chiesa della Gran Madre potete leggere il dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan, tratto da Le città invisibili di Calvino.

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.

– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.

– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra – risponde Marco – ma dalla linea dell’arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.

Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.

Calvino mi perseguita. O, meglio, io non smetto di inseguirlo. Questa frase era parte importante della mia tesi di laurea. E un paio di anni fa l’ho ritrovata a Madrid, insieme a molte altre e ai disegni di Pedro Cano che accompagnavano l’edizione spagnola di Las ciudades invisibles.

Sarà mica un segno?

torino_calvino_murazzi

Andrea Pazienza faceva dire ai suoi personaggi una ventina d’anni fa:

– C’è qui un portavoce di quel gruppo di INDIANI, pare abbia delle lagnanze da fare… si chiama SANTI NUMI

– Lagnanze?! Santi Numii?!

– Ascoltami, SANTI NUMI, la città di Philadelphia vi fornisce di vitto e alloggio e questo, credetemi, è già tanto. Ci sono studenti BIANCHI che non hanno di queste fortune… e poi, è solo una questione di termini, lessicale direi… voi mi dite di un processo di emarginazione in atto nei vostri confronti da parte della popolazione. Ma io credo voi travisiate ciò che è un normale, iniziale spaesamento con le connesse inevitabili piccole difficoltà ad ambientarvi… e ancora… che i prezzi qui in città sono paurosamente alti… BEH, cari, cari ragazzi, siete qui per studiare, no? Quindi dateci dentro! Vitto e alloggio li avete, ai divertimenti penserete una volta finita la scuola… a divertirsi c’è sempre tempo, prima il piac… prima il dovere e poi, nel caso, il piacere… etc… del resto, la parola d’ordine oggi è: SACRIFICI!… Tutti si fanno i sacrifici… ah! Il Paese attraversa una brutta crisi e bla BLA bla bla bla BLA BLA bla bla bla bla bla bla bla…

andrea pazienza santi numi