Non amo la perfezione.

Mi piace che la vita si intrometta a sporcare qualsiasi tentativo di renderla ferma, liscia, praticamente perfetta.

Mi piace che in una canzone si sentano le voci dello studio di registrazione in sottofondo qualche secondo prima che cominci o finisca il brano, il rumore ovattato del pedale che si abbassa sotto il piano, il direttore che chiama i cori a intervenire.

Mi piace che una foto non sia perfettamente a fuoco, ben bilanciata o con i punti chiave in sezione aurea; mi piace che sia storta, sghemba e che l’inquadratura non contenga per intero il soggetto che si pretende di immortalare; che occhi, mani e piedi non si facciano intrappolare dall’obiettivo.

Mi piace che in un video si sentano i rumori “d’ambiente”, si veda gente che passa indaffarata a fare altro mentre chi è in primo piano non fissa in camera ma guarda altrove, rifiutando di dare occhi e anima a una macchina come fosse un fantoccio, una maschera, un presentatore imbolsito ipnotizzato dalla lucina rossa.

Mi piace che in un piatto manchi qualcosa, che ci sia un sapore slegato dagli altri, che sia sempre possibile migliorarlo aggiungendo o togliendo un ingrediente.

Amo che le cose si vedano per come sono: imperfette e meravigliosamente umane.

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Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità”.
Montale