Oggi nessuna segnalazione grafica.

Pausa di riflessione sul mezzo –  internet – e rinvio alla notizia del blocco del finanziamento da 800 milioni per la banda larga. Punto Informatico titola: Non siamo ancora un Paese per Internet.

La rete, giustamente, si ribella al trattamento che le riserva la politica: un misto di leggerezza, disinteresse e ignoranza.
Arriveranno tempi migliori?

Post lungo, me ne scuso in anticipo ma concludiamo il discorso sul web 3.0.
Mentre tutti si scervellano sui risultati sorprendenti (?) delle ultime elezioni, cerco inutilmente in rete una definizione convincente del web 3.0 (o meglio, a prescindere dal numeretto, una definizione valida sui possibili sviluppi della rete). Niente da fare, ancora non è spuntato l’antropologo capace di spiegare il concetto in 5 minuti o in poche righe. Facciamo il punto della situazione e poi proviamo a dare una definizione meno contorta.

L’attenzione degli esperti (o presunti tali) si concentra su 3 punti: lo spazio, il pensiero, il linguaggio.
Lo spazio, ovvero l’evoluzione verso il 3D della rete: un mondo tridimensionale dove vivere e lavorare “normalmente”.
Il pensiero, ovvero la capacità di interagire con la rete in modo umano: il web ci capirà grazie all’intelligenza artificiale (data mining) e deducendo modelli di comportamento dai social network.
Il linguaggio, ovvero la possibilità di parlare con tutti (e con ‘tutto’): ai dati (xml) saranno associate informazioni – metadati – (rdf) rappresentate tramite linguaggi ‘semantici’ (ontologie), in modo che l’interrogazione, l’interpretazione e l’elaborazione delle informazioni sia più semplice e più umana (web semantico).
Passando dalla rete dei computer (web 1.0) – attraverso quella delle persone (web 2.0) – alla rete delle cose (web 3.0).

Ma che cosa vuol dire? Che, come tutte le invenzioni di successo che si rispettino, anche il web va verso una normalizzazione (in rete gira più spesso il termine ‘personalizzazione‘): le tecnologie sviluppate negli ultimi anni (e le innovazioni future) permetteranno ad ogni essere umano di fare col web ciò che più gli aggrada. Parlo di ‘esseri umani’ e non di utenti perchè la semplificazione della tecnologia richiederà sempre meno conoscenze tecniche (sarà sufficiente un’alfabetizzazione informatica di base) e usare la rete sarà facile come leggere un giornale.

Bisognerà ‘solo’ riconsiderare alcune categorie concettuali che sono già oggetto di ridefinizione: locale vs globale, pubblico vs privato, lavoro vs svago, verticale vs orizzontale, reale vs virtuale, singolo vs gruppo, partecipazione vs fruizione passiva…
E risolvere il problema sempre più evidente del digital divide, garantendo un accesso equo alle tecnologie e alle conoscenze.

mappa del web 1.0

Continue reading “Una definizione del web 3.0: la normalizzazione della rete?”

Proseguiamo il discorso iniziato con la mappa del web 2.0 e ripreso spiegando le modalità di navigazione in rete, in attesa di una definizione più precisa del web 3.0.

Ho ripescato dalla pagina dei preferiti di youtube questo esauriente video sul funzionamento del web 2.0: “La macchina siamo noi/la macchina ci sta usando” di un giovane assistente di antropologia culturale (e poi criticano le scienze molli).

[youtube=http://youtube.com/watch?v=6gmP4nk0EOE]
Concludo il discorso sul web 2.0 accennando alla regola “1-9-90” che considera gli utenti come:

  1. Lettori (Lurkers): fruitori passivi, ovvero coloro che utilizzano i contenuti del sito senza apportare alcun contributo. Non si tratta necessariamente di lettori occasionali, potrebbero essere anche frequentatoriabituali.
  2. Autori occasionali: persone che oltre a usufruire dei contenuti, hanno talvolta contribuito per integrare o aggiungere qualche informazione o commento.
  3. Autori attivi: sono i maggiori produttori dei contenuti del sito web, partecipano con una frequenza elevata talvolta investendo anche molto tempo.

Il principio dell’ “1-9-90” così divide le diverse categorie di utenti:
• 1% autori attivi,
• 9% autori occasionali,
• 90% lettori.

Adesso che abbiamo finalmente capito il web 2.0 possiamo passare al web 3.0, come al solito nella prossima puntata.

Avevo promesso tempo fa (parlando del web 2.0) un’esauriente mappa del web 3.0, per chiarire una volta per tutte un concetto che è complicato anche su wikipedia (almeno per me).

Prima di arrivare al web 3.0, però, è opportuno richiamare qualche concetto base del funzionamento generale del web. Dunque la rete è formata da tante pagine variamente collegate tra di loro, è una specie di grande bilblioteca virtuale. Date le dimensioni mastodontiche della bilblioteca il problema principale è riuscire a trovare il libro (la pagina) che stiamo cercando.

Come si cercano, e si trovano, le informazioni in rete? Direi che ci sono 3 modalità di accesso ai dati:

  1. so cosa cerco e so dov’è l’informazione che voglio, quindi digito direttamente l’indirizzo nella barra del browser (es.: voglio le ultime notizie di attualità italiane, quindi vado su ansa.it, repubblica.it, corriere.it, etc…);
  2. so cosa cerco ma non conosco i siti dove posso trovare i dati che mi interessano (per “ignoranza” personale o perchè le informazioni che sto cercando sono sparpagliate tra più fonti): vado, quindi, sui motori di ricerca e digito i termini chiave, facendomi “consigliare” dai motori (es.: se sto cercando la ricetta della pizza digito “ricetta pizza margherita” su google – a mio rischio e pericolo – e mi metto a spulciare tra i 150 mila e passa siti che il motore ha catalogato per me, che gentile);
  3. so cosa cerco, non conosco il sito ma preferisco andare a cercare tra i siti suggeriti e/o consigliati da altri utenti, presumendo che il motore di ricerca non riesca a capire quello che voglio: quindi mi butto sui social network, i motori di ricerca 2.0, i blog, i wiki, gli aggregatori, etc…

Quando la rete era molto piccola (andava ancora all’asilo) si navigava seguendo la prima modalità. Con l’adolescenza siamo passati ai motori di ricerca (cioè una “macchina” che filtrava e organizzava le informazioni seguendo alcune istruzioni/algoritmi), oggi siamo arrivati alla maturità e ci affidiamo al filtro di altri utenti che classificano e ordinano i dati (da del.icio.us in giù), pur continuando ad usare le precedenti modalità.

Diciamo però che la maturità odierna corrisponde più o meno all’università e la maturità reale (ovvero quella che ci permette di entrare nel mondo adulto) la rete la raggiungerà “piegando” anche la macchina ai suoi modelli mentali: è/sarà il web 3.0, il web semantico, l’intelligenza artificiale, far parlare le macchine tra di loro in modo che si capiscano.

Sembra semplice ma non lo è. O forse sì, lo scopriremo nella prossima puntata.

Mentre girovagavo su internet cercando altro (ormai la serendipidità è la modalità principale di navigazione in rete) mi sono imbattuta in un’esauriente sintesi visiva dei processi e servizi legati al cosiddetto web 2.0: la mappa visiva è stata elaborata da internality.com ed è distribuita sotto creative commons (non poteva essere altrimenti: i diritti d’autore ‘deboli’ sono uno dei cardini del web 2.0).

Siccome su wikipedia c’è una mappa tristissima – per niente esaustiva – tradotta dall’inglese, ho celermente tradotto questa di internality dallo spagnolo all’italiano.
Appena avrò un po’ di tempo aggiungerò alcuni esempi di servizi web 2.0 (nella mappa iberica sono quasi tutti, giustamente, riferiti alla Spagna).

++ La mappa visiva del web 2.0 (in pdf, in italiano) ++
++ La mappa visiva del web 2.0 (in spagnolo, dal sito internality) ++

mappa web 2.0

A parte le facili ironie si può partire dall’ultimo festival di San Remo per fare un paio di considerazioni sul presente, e sul futuro, della cara vecchia tv generalista. Sopravvissuta (quasi) indenne all’attacco di radio e cinema, la televisione sembra soffrire la concorrenza di internet molto più degli altri mezzi di comunicazione di massa.

Se Spike Lee invita i registi a girare film destinati esclusivamente alla rete e la radio approfitta delle nuove tecnologie per rafforzare il suo rapporto con il pubblico, l’apparecchio televisivo non fa che lamentarsi del calo di ascolti. Andrà sempre peggio: la tv prevede un fruitore passivo che non decide cosa vedere, come e quando. La rete permette invece la massima autonomia dell’utente nella scelta e nella fruizione dei contenuti. Di più: può partecipare attivamente alla creazione dei video.

Bisogna solo aspettare che aumenti un po’ la diffusione e l’utilizzo di internet e pc, poi per la casalinga di Voghera saranno tempi duri. Ma non è il caso di deprimersi: la rete si sta sostituendo alla tv anche come memoria storica.

L’iniziativa ‘Il mio paese 2.0‘ prosegue idealmente il filone dei documentari e delle inchieste ormai abbandonate dalla televisione.

++ Babelgum (global internet television network) ++
++ Il mio paese 2.0 ++

Qualche settimana fa esprimevo qualche dubbio sull’utilità di tenere un blog mentre si partecipa a quel ‘vituperato’ progetto che va sotto il nome di Erasmus.

In realtà  la moda/mania di  scrivere un diaro on line – il blog – imperversa.

Volendo fare una critica costruttiva al mezzo ‘blog’ (rischiando anche di cadere nel ridicolo, considerando che si parlerebbe ‘male’ dello stesso strumento che si sta utilizzando per comunicare: autoriflessività all’ennesima potenza, quindi) fissiamo qualche punto dividendo i blog per categorie:

  • Blog strettamente personali: ovvero il diario adolescenziale scritto in bit invece che sulla smemoranda.
    Questa tipologia di utilizzo, lungi dall’essere dannosa, non è nemmeno utile per la collettività: è un modo – alternativo – per mantenere i contatti con la ‘tribù’ di amici e conoscenti (il modello ‘livespace’ di Microsoft, per intenderci). Molto spesso i lettori del blog devono essere autorizzati dall’autore per leggere i post. Tipo di relazione: da uno a pochi.

  • Blog personali di ‘bricolage’: ovvero blog che trattano di argomenti specifi di particolare interesse, per l’autore e chi legge.
    Questa tipologia, la più diffusa, è molto utile per la collettività, intesa come comunità che condivide una serie d’interessi. Dai blog tecnologici a quelli di cucina, fotografia, viaggi, termodinamica – oltre a quelli sul bricolage – la rete è piena di utenti esperti che mettono in rete le proprie conoscenze – professionali e personali – aumentando e migliorando la diffusione di tecniche e saperi. Tipo di relazione: da uno a molti.

  • Blog collettivi: ovvero blog riguardanti uno o più argomenti gestiti da più autori (o da un autore con più utenti).
    Questa tipologia, che sovente accoglie molti blog di ‘bricolage’, è il trionfo di quelle tecnologie web 2.o tanto care agli amanti di Internet (e agli ‘odianti’ Bill Gates e affini). La rete una volta era il regno incontrastato di informatici schizzati – i famosi ‘nerd’ -, interamente costituita da contenuti prodotti da utenti ‘esperti’ – conoscitori di linguaggi come html, protocolli come ftp, algoritmi di conversione per ridurre immagini, video e audio: insomma informatici ‘sfigati’ -.

    Oggi, grazie alla semplificazione di strumenti per la pubblicazione e gestione di contenuti (i famosi CMS, Sistemi per la Gestione di Contenuti, come WordPress, Splinder, Joomla, Mambo…), tutti possono saltare l’ostacolo del gap tecnologico e trasformarsi in ‘editori’.  Sicchè un blog ben curato, aggiornato con contenuti interessati e gestito con sapienza e pazienza, molto facilmente verra seguito da un numero di ‘aficionados’ che attraverso i loro interventi e suggerimenti contribuiscono a definire la ‘linea editoriale’ dell’autore del blog. Tipo di relazione da molti a molti.

    In molti casi, poi, c’è una vera e propria redazione virtuale (spesso geograficamente sparpagliata in ogni possibile luogo fisico) che scrive e pubblica articoli in auspicabile collaborazione o in piena solitudine. Questa è la condizione più diffusa per blog e portali ‘divulgativi’ e d’informazione.

E’ ipotizzabile, e anche auspicabile, che l’ultimo modello contagi anche il vecchio web 1.0?

Breve lista di consigli non richiesti contro il dilagare di articoli lunghi, il logorio causato da uso prolungato di Internet e utile promemoria per i – miei- futuri post.

Decalogo (anche se non sono 10 parole) per scrivere bene sul web:

  1. siate sintetici, nessuno ha tempo, mai. Ne hai poco tu per scrivere figuriamoci il poverino che ti deve leggere.
  2. andate a capo, spesso. Se l’articolo non può essere tagliato (sicuri?) fate paragrafi, mettete titoletti, usate il grassetto per evidenziare le cose più importanti e permettere una lettura ‘random’ a chi va di fretta.
  3. non fate copia e incolla ma linkate tutte le volte che potete.
  4. non usate le ‘kappa’ e le abbreviazioni, non è un sms.
  5. fate elenchi, indici e sommari.
  6. non usate le maiuscole. Non cambiate tipo, grandezza e colore del carattere senza motivo.
  7. se c’è un’immagine più efficace di quello che state scrivendo, usatela e smettete di scrivere.
  8. siate leggeri, ironici e divertenti più che potete. Se non lo siete fate un corso.
  9. usate i congiuntivi solo se sapete come usarli, altrimenti desistete.
  10. se vi commentano rispondete. Sempre.
  11. non fate i saccenti.
  12. commentate solo se avete cose interessanti da dire, una faccina non è un commento.
  13. controllate le fonti.. Se citate qualcuno assicuratevi di citarlo correttamente (su consiglio di Fabrizio).

Naturalmente non è necessario seguire queste regole (non si vince niente a parte una certa gratitudine da parte mia) però, per piacere, non siate banali.
O siatelo con un certo charme.

Per chi vuole approfondire, in rete:
++ Il mestiere di scrivere ++

Fuori dalla rete:
Calvino, Calvino, Calvino (più qualsiasi scrittore che sappia scrivere).