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Un viaggio in Perù durato 17 giorni. In cammino per seguire il classico itinerario turistico – Lima, Ica, Nazca, Cuzco, Machu Picchu, Arequipa – per scappare quasi subito deviando verso le montagne: le Ande meno conosciute dove ancora si parla in quechua. E tornare di nuovo a costeggiare l’oceano fino a Lima, capitale di un altro mondo, difficile da capire, impossibile da dimenticare. Un racconto disordinato.

Il mio viaggio in Perù: l’arrivo a Lima, tra mare e baracche

La prima tappa del mio viaggio in Perù è Lima. Arrivo prima dell’alba, non riesco a vedere la città dai finestrini dell’aereo. Il primo impatto con la città, avvolta da una specie di nebbiolina, avviene attraverso le strade che dalla sterminata periferia portano al mare, all’alba di una grigia domenica.

In Perù vivono 30 milioni di persone, 8 milioni a Lima. Così mi racconta l’autista portandomi dall’aeroporto in centro. Curiosamente il numero di abitanti varia in funzione dell’interlocutore che racconta della capitale, arrivando a punte di 13 milioni. Credo nemmeno il sindaco sappia con certezza quanta gente c’è a Lima.

La città è comunque cresciuta veloce in pochi anni, quando i peruviani hanno riempito la capitale svuotando campi e montagne. A Miraflores, quartiere residenziale ricco di ristoranti e negozi, sfrecciano suv di ultima generazione, lucidissimi e super accessoriati. Li guida chi vive in zona, li parcheggiano in garage sorvegliati davanti a case con videocitofono e vigilanza in moto.

Ma i macchinoni vengono superati di continuo da autobus scalcagnati, sembrano appena sbarcati da Cuba. Dentro questi autobus, i combi, c’è chi lavora qui per i peruviani ricchi e i turisti di passaggio: cuochi, camerieri, commessi, addetti alle pulizie, spazzine (gli spazzini sono tutte donne e le strade sono pulitissime). Non vivono a Miraflores, è troppo caro e fanno i pendolari in autobus tanto economici quanto pericolosi. Ogni sera tornano nei quartieri di periferia, quando va bene; nelle baraccopoli i meno fortunati. Di lunedì vedo quella più vicina al centro storico, a pochi metri dalla croce sulla collina che protegge la città, con le casette ammassate e colorate: è una visione che mi porterò dietro per tutto il viaggio.

Lima centro commerciale Larcomar di Miraflores
Larcomar, nel quartiere Miraflores di Lima. La nebbia scompare solo nelle ore centrali del giorno.

La foto che non ho fatto, domenica 4 febbraio

Una signora anziana, sola, in un vicolo. Torna a casa con un sacchetto da cui sbuca un pacco di biscotti.
È a due strade dal centro commerciale di Larcomar, un brutto mall sul mare. Ma la signora i biscotti non li ha presi lì: il sacchetto non è griffato.

Non è uscita per fare il giro dei negozi o prendere un gelato seduta su un panchina, non aveva adocchiato un paio di scarpe da portar via con i saldi. Strascina le ciabatte, è vestita da casa ed è lì che sta tornando, in una delle vecchie case coloniali: due piani con giardino, una delle poche sopravvissute al boom immobiliare. Non si sa come è cominciato ma qualcuno ha tirato su un terzo piano e poi un quarto e il vicino, vistosi presto senza luce, ha pareggiato l’altezza per spingersi poi per rivalsa fino al quinto. E così via, per arrivare sempre più in alto con la speranza vana di arraffare quella luce che buca la foschia solo nel primo pomeriggio.

Torno in albergo dove, dalla finestra del quinto piano, vedo il terrazzo di una casetta colonica con i panni stesi ad asciugare. Chissà se ci abita la signora dei biscotti.

Cosa vedere in Perù e le guide sbagliate

Il web pullula di “10 cose da vedere assolutamente in Perù”, “Perù, meta ideale per un viaggio da sogno”, “Imperdibile Perù”, “Viaggio in Perù: tappe imperdibili” eccetera.
Anche la mia guida descrive come “incantevoli” centri abitati di cui faccio fatica a scorgere l’incanto. E scrive di musei, piazze, chiese, interi quartieri da visitare. Suggerisce soste in località balneari dai nomi suadenti – Punta Hermosa, Playa Negra – dove non farei il bagno nemmeno sotto la minaccia delle armi. Ci passo in autobus diretta a Ica e poi a Nazca. In ogni città che attraversiamo sembra ci sia appena stato un terremoto, un’esplosione nucleare, la caduta di un meteorite. Non risulta però nessun cataclisma recente.

Nazca e le linee invisibili

A Nazca vado in cerca della piazza principale, che è anche l’unica di questa minuscola cittadina. La piazza, descritta come “incantevole” dalla mia guida, non lo è affatto.

A ogni passo provano a vendermi un giro su piccoli aerei per vedere le famose linee dall’alto. Avevo già deciso di non andare prima della partenza e da qui in poi comincerò ad evitare il più possibile le destinazioni turistiche e le escursioni pensate apposta per i “gringos”. Più che le città visibili mi interessano quelle invisibili.

Faccio una passeggiata per il centro. Fa un caldo bestiale. Per sbaglio mangio banane di quel tipo che va consumato cotto, senza nessuna conseguenza: per tutto il viaggio in Perù lo stomaco non mi darà alcun problema. Cibo di strada e altitudini da capogiro non intaccheranno affatto il corpo, mentre lo spirito non ne uscirà altrettanto bene.

Piazza di Nazca, Perù
La luce a mezzogiorno su Plaza des Armas, a Nazca, in Perù.

Viaggio in Perù: in autobus per raggiungere le Ande

Arrivo ad Abancay dopo aver attraversato in autobus di notte le Ande, presumo ricoperte di neve in più di un punto considerata la temperatura interna del mezzo di trasporto. Con un taxi e poi con un piccolo combi sbarco di buon mattino in fattoria, dove mi ospita per qualche giorno una famiglia che gestisce un ristorante campestre immerso nel verde, a circa mezz’ora dalla città.

Ci metto un po’ a capire come sono organizzati: c’è una grande stanza con al centro una cucina a legna che serve sia per preparare i pasti del ristorante (che non è propriamente un ristorante in senso classico, è più simile a un rustico rifugio di montagna) sia alla famiglia. C’è “el papa” che sta tutto il giorno nei campi, “la mama” che si divide tra campi, animali e cucina e alcuni dei 9 figli danno una mano come meglio possono. Dovrei dire alcune delle figlie, in verità. La presenza dei maschi giovani è piuttosto evanescente.

Il bagno è in una piccola costruzione all’esterno, la doccia in un altro piccolo capanno in muratura, senza intonaco e con un buco al posto della finestra.

Mi guardo intorno e c’è la piscina, più di un televisore, play station, internet e la parabola. Un capanno per ricoverare canoe e kayak e un altro con macchine e attrezzi da palestra. Intuisco dai prezzi che il ristorante non è tra i più economici.

A questo punto del viaggio in Perù non saprei dire se sono ricchi o, perlomeno, non poveri. Uno dei nove figli è stato più di un mese in Italia, uno dei maschi. Le femmine non viaggiano molto. La più grande, che aiuta la madre al ristorante, non è andata oltre Cusco. Ha 36 anni e due figlie, di 16 e 11 anni. Non mi parla di nessun padre.
Da quel poco che vedo la condizione femminile mi pare abbastanza difficile – definizione colonialista questa o, quanto meno, femminista. Difficile uscire dal cono d’ombra di un uomo: padre, fratello, marito. Impossibile pensare a una propria indipendenza al di fuori della protezione e del controllo della famiglia. Non avere figli è considerato almeno bislacco, mi viene detto con una franchezza che a casa mia considererei scortese ma si tratta più di una schietta confidenza fra ragazze.

Qui c’è uno strano miscuglio di ospitalità e ritrosia, condivisione e riserbo, scienza e superstizione, ricchezza e povertà.

La commozione della contadina andina è autentica quando racconta la malattia di uno dei nove figli da piccolo, superata grazie a un intruglio di erbe preparato dalla madre su richiesta del medico dell’ospedale.

Altrettanto vera è la scaltrezza con cui gestisce il ristorante campestre: come tiene sotto controllo la cucina; quanto riesce a spuntare, dopo una breve contrattazione in quechua, alla vicina passata a vendere una gallina; come è amichevole ma tuttavia distante dagli ospiti.

Fattoria sulle Ande del Perù
Fattoria e ristorante campestre sulle Ande.

Che cos’è il terzo mondo?

Si affaccia un pensiero colonialista: se sono poveri perché hanno wi-fi, telefono, palestra ma non hanno il bagno in casa e la lavatrice? Forse il pensiero occidentale ci ha inculcato un sillogismo per cui se sei povero non hai beni superflui dato che ti mancano quelli necessari a soddisfare i bisogni primari. Ma se hai beni superflui e ti mancano quelli primari, sei ancora povero?

Sbaglio nelle premesse, se non nelle conclusioni: se i treni fischiano e Socrate fischia, allora Socrate è un treno. Se hai la playstation allora sei ricco, pure se per mangiare respiri cenere tutto il giorno.

Forse è questo il terzo mondo: non riuscire a fare distinzioni. Il bello che si confonde col brutto, l’istruzione mescolata all’ignoranza, la ricchezza alla povertà, il superfluo più necessario del bisogno, un cd dei Cranberries e uno di musica andina, il fiume che invade l’asfalto, baraccopoli separate da un muro da quartieri residenziali, storie di agguati e banditi, commenti su Trump, cartoline ingiallite spedite da ogni angolo del globo e video girati con la gopro.

Eppure anche qui ci sono bambini che giocano spensierati, coppie che amoreggiano all’ombra del grande albero di mango, adolescenti con sogni di un futuro, lavoratrici con mascherine che tirano a lucido i marciapiedi delle città.

Forse il primo mondo è altrettanto confuso ma non riusciamo a vederlo in modo così nitido. Evitiamo la miseria o la confiniamo in spazi ben recintati. Sperando che ci tocchi il meno possibile.

L’autobus più pazzo del mondo: in combi da Yaca a Abancay, 12 febbraio

Nel bus scalcinato che in mezz’ora mi porta dalla fattoria di Yaca a Abancay ci saranno 5 passeggeri a parte me e l’autista che, a un certo punto del viaggio, abbassa il volume dello stereo. Uno degli autoctoni, seduto davanti, di fianco al conduttore, parla al telefono a voce alta. È una specie di corrispondente radiofonico, racconta del Carnevale che ha preso il via sabato con una grande festa. È in collegamento telefonico con la radio, trasmettono in diretta: “Tanta gente in piazza e per le strade fino a notte fonda, intenta a lanciarsi palloncini e secchi pieni d’acqua”. Il giornalista dice che il Carnevale di Abancay e più in generale tutti quelli del dipartimento di Apurìmac sono riconosciuti come i più belli del Perù, di interesse culturale nazionale.

La linea cade due volte, non so se per la guida spericolata dell’autista, per le curve a gomito e i fiumi che in alcuni punti invadono la carreggiata o semplicemente perché il segnale è debole in mezzo alle Ande.

Arrivo alla stazione degli autobus di lunga percorrenza con largo anticipo e mi metto alla ricerca di qualcosa contro il mal di montagna: per arrivare a Cuzco si superano i 4 mila metri e si possono avere difficoltà dovute al repentino cambio di altitudine. Non trovo infusi né caramelle alla coca ma mi danno una pasticca, singola, presumo tagliata da una confezione più grande. Niente scatola, niente istruzioni, niente controindicazioni. Dubito che la prenderò.

Stazione degli autobus, Abancay, Ande del Perù
La stazione degli autobus di Abancay, in mezzo alle Ande peruviane.

In stazione ci saranno una cinquantina di persone. Sono l’unica bianca, occidentale, europea: una straniera a tutti gli effetti. I locali sono uno strano miscuglio di contadini e gente di città.
Abancay è grande, ha l’università: dovrebbe essere una cittadina. Eppure il passaggio tra case di campagna, seppur dotate di televisione e parabola, e la città vera e propria non si avverte. Ci sono dappertutto lavori in corso, anche se nessuno è intento a costruire. Le case sembrano appena state colpite da un terremoto o eterne incompiute, con mura non intonacate e mattoni a vista, fili di ferro che sbucano dall’ultimo piano in attesa di terminare chissà quando l’edificio. Sembra un’infinita distesa di case abusive, così familiari nel sud Italia.

Nessuna città riesce a darmi l’impressione di civiltà. È una riflessione post-coloniale? Forse sì. Ma mi pare che dappertutto ci sia, mescolata alla tecnologia del wi-fi e delle tv a schermo piatto, una povertà degradata da un processo di industrializzazione che ha dimenticato o volutamente saltato quella che consideriamo, a torto o a ragione, una società progredita: giustizia, liberazione dai bisogni, affrancamento dalla povertà, diritti e garanzie per i più deboli.

Come se a nessuno interessasse davvero dare a tutti una casa dignitosa, un lavoro, mezzi di trasporto, assistenza sanitaria, scuole. Non che queste cose non siano in qualche modo presenti ma non raggiungono lo scopo di liberare il popolo dall’oppressione dei bisogni, dagli “ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Che un governo corrotto, per anni variamente sostenuto dai paesi occidentali dopo secoli di devastazioni colonialiste perpetrate dagli invasori spagnoli non si curi di sistemare un edificio a 20 metri di distanza dalla sede del governo è un conto. Succede a Lima. Le doglianze non andrebbero al di là di un’architettura degradata. Ma che a poche centinaia di metri cresca una baraccopoli dove vivono migliaia di persone senza servizi igienici, acqua e luce è una ferita non per gli occhi ma per il cuore. Nella capitale vivono e lavorano tanti venuti dalle montagne, dai litorali aridi della costa e dalla giungla amazzonica in cerca di una vita migliore.

Chiedo se a Lima c’è lavoro per tutti e mi viene risposto di sì: più di 10 milioni di abitanti non sono ancora troppi. La città divide con alti muri quartieri residenziali da baraccopoli abitate in tutto da un milione e mezzo di persone. Questo processo di urbanizzazione forzata, di abbandono dei centri rurali, produce poveri di una povertà – ai miei occhi occidentali – meno dignitosa di quella che si trova nei villaggi.

Nelle Ande a molti contadini hanno forzosamente trasferito la proprietà delle terre che coltivavano da decenni sotto padrone, sottraendola ai latifondisti. La riforma agraria negli anni ottanta ha liberato i campesinos dalla schiavitù dei padroni e oggi chi ha un campo ha di che vivere, difficilmente patisce la fame in questa zona generosa di frutta, verdure, mais. Gli animali da cortile presenti in tutte le fattorie garantiscono il necessario apporto di proteine, integrato dal pesce dei tanti fiumi che rendono verdi le vallate.

La modernità ha, dunque, attirato masse inconsapevoli verso le metropoli trasformando agricoltori e allevatori autosufficienti in sottoproletariato urbano? E ha saputo, inoltre, agire anche al contrario, irretendo con le sue sirene cittadine e villaggi con le più superficiali comodità – tecnologia, elettrodomestici e mezzi di comunicazione – infischiandosene delle condizioni di vita dei locali?
Qui continuano a costruire in adobe palazzine e casupole che vengono giù ogni volta che la terra trema ma il wi-fi è dappertutto. Non è un’altra forma d’imperialismo?

Viaggio in Perù: tappa a Cuzco, la capitale inca

Il mio viaggio in Perù, oltre alle riflessione antropologiche non richieste, non può evitare di fare tappa a Cuzco, la capitale dell’impero inca. Arrivo che ormai è sera. La città, come tutto il resto, ti illude. Il centro storico è ben tenuto, pur non mancando i soliti edifici in costruzione a riportarti al solito Perù. E, una volta usciti dal quadrato che racchiude la piazza principale e i quartieri dalle strette scale di pietra, non c’è speranza: di nuovo è tutto bombardato.

Plaza des Armas, Cuzco, Perù
Cuzco, qualche attimo prima del tramonto.

Ad ogni angolo provano a venderti escursioni, massaggi, manicure. Donne e bambine in abiti tradizionali portano in braccio cuccioli di lama; chiedono soldi per farsi fotografare. Dappertutto vendono brutti souvenir.

Per fortuna questa volta l’albergo cede poco alle esigenze dei turisti: niente tv in camera, niente riscaldamento ma tre coperte di sottile e morbida alpaca sui letti piccoli, a misura di peruviani e troppo corti per gli occidentali. Una stufa a legna riscalda l’ingresso. Al mattino la colazione servita nella sala immersa nel giardino interno è un trionfo di sapori locali e ricette tradizionali: la signora che prepara al momento deliziose frittelle di mais scalda fra le mani il contenitore per sciogliere il miele, quasi gelato, che va a coprire le dolci tortillas accompagnate da una delicata salsa di maracuya.

Le nuvole in cielo sembrano allo stesso tempo vicinissime e lontanissime.

Muri di pietra e coperte di alpaca, 13 febbraio

Forse sbagliamo a cercare dall’altra parte del mondo i comfort cui siamo abituati a casa nostra e forse abbiamo esagerato nell’esportare beni divenuti in un battito di ciglia indispensabili anche qui: cellulari e inka cola non sono i migliori alfieri della globalizzazione e, probabilmente, nemmeno il turismo di massa lo è.

Piazza di Cuzco in Perù
Plaza des Armas, Cuzco.

Viaggio in Perù: quanto costa visitare Machu Picchu

Visitare Machu Picchu costa circa 250 euro: biglietto d’ingresso, viaggio in autobus e treno fino a Machu Picchu Pueblo, autobus fino al sito archeologico, una notte in albergo e un paio di pasti. Per due ore di camminata in un sito inca in mezzo alle montagne. Ci sono opzioni più economiche e si può ovviamente risparmiare evitando gli spostamenti in treno, dormendo in campeggio e portandosi la colazione al sacco. Ne vale la pena? Non saprei.

Sarà che ormai filtro tutto con le stesse lenti poco benevole nei confronti del paese ma nemmeno qui, grazie ai soldi dei turisti, riescono a dare a una cittadina un aspetto normale. Agua Calientes, altro nome di Machu Picchu Pueblo, da piccolo paesino sede di una centrale idroelettrica si è trasformato in una specie di Venezia del Terzo Mondo.

Machu Picchu Pueblo in Perù
Casupole e alberghi a Machu Picchu Pueblo.

Gli alberghi, spuntati come funghi sulle rive del fiume, hanno lo stesso aspetto desolato di tutto il resto del paese. I ristoranti servono menu turistici a prezzi spropositati.

Non so se c’è un altro modo di intendere il progresso, valido solo da questa parte del pianeta.

Se confronto la loro storia recente con la mia faccio fatica a capire. I miei nonni sono entrati gradualmente nell’evo moderno. Mamma da piccola viveva in una stanza che fungeva da cucina e camera da letto: una sola camera condivisa con i genitori e la sorella più grande. L’acqua si prendeva al pozzo, si cucinava con la legna, il gabinetto era in cortile.
Ma poi c’è stata la liberazione dai bisogni, in tutti i sensi: una casa con l’acqua corrente, il bagno, il gas di città. Insomma, non dover più faticare per fare qualsiasi cosa: mangiare, lavarsi, vestirsi.

Di Machu Picchu Pueblo, il paesino cresciuto in pochi anni sull’onda dell’invasione turistica al sito archeologico Machu Picchu, gli autori imperturbabili della mia guida scrivono come se si trattasse di un borgo svizzero racchiuso tra il fiume e le romantiche rotaie della ferrovia. Non è proprio così: per uscire dalla minuscola stazione ferroviaria devi obbligatoriamente passare per un fitto mercato pieno all’inverosimile di bancarelle che vendono brutti souvenir. Il tetto di ogni “negozio” è in lamiere di amianto. Cartelli con il logo “Visa” e “Mastercard” sono attaccati ovunque: si può pagare dappertutto con la carta di credito o in dollari, a patto che siano perfettamente integri.

Stazione di Machu Picchu Pueblo, Perù
Stazione di Machu Picchu Pueblo.

Soles sgualciti e dollari puliti

Ci vedo una feroce ironia: un posto di un’accecante bellezza naturale devastato da un’incomprensibile spinta a edificare non accetta denaro non immacolato. I turisti hanno rovinato l’incanto del paesaggio a suon di dollari “puliti”, tuttavia non possono spendere durante il loro soggiorno banconote rovinate. Mandano in rovina un pezzo intero di montagna, sostando qui il tempo necessario a visitare il sito archeologico per scattare l’immancabile foto ricordo ma in ogni acquisto che compiono devono spendere soldi alla vista perfetti. Quanto di questo scempio sia colpa dei peruviani e dello Stato, oltre che di noi scriteriati turisti mordi e fuggi, non saprei dire. Né posso condannare un paese povero che prova ad arricchirsi a pezzi, succhiando il massimo da una risorsa turistica senza farsi troppe domande sui contraccolpi sociali, ambientali e culturali del turismo di massa.

I dollari, nuovi e fruscianti, uccidono con la loro fatua bellezza l’antico spettacolo di una natura imponente e di una civiltà antica che non sappiamo più guardare e che muore di fronte allo stupido viaggiare, uguale e inutile, di migliaia di persone prive di cura e rispetto per il pianeta che abitano, qui e altrove, solo di passaggio.

Piazza principale di Machu Picchu Pueblo, Perù
La piazza principale di Machu Picchu Pueblo.

Sito archeologico di Machu Picchu: aspettando che non passi la nebbia, 15 febbraio

Ci sarà un motivo se io, mentre tutti aspettano che la nebbia si alzi per fotografare le rovine inca e scattare l’immancabile foto ricordo, passo il tempo a immortalare le nuvole, l’unico albero rimasto in mezzo al sito, il maestoso Urubamba che si divide in due con la calma e l’impeto di un forcone bandito da un vecchio curandero.

Stare ferma in mezzo alle montagne mentre le nuvole ti abbracciano per un attimo, ti liberano dall’abbraccio in un secondo e tornano ad avvolgerti un momento dopo. L’aria che si fa acqua, inspirare e respirare nuvole, sentirsi non parte della natura ma, per poco, natura stessa. Non sono mai stata così bene in mezzo a tanta umidità. Che inutile invenzione gli ombrelli!

Sito inca di Machu Picchu, Perù
L’unico albero sopravvissuto all’interno del sito archeolologico di Machu Picchu.
Sito inca Machu Picchu, viaggio in Perù
Il sito inca Machu Picchu.
Nebbia sul sito inca Machu Picchu, Perù
Turisti osservano il monte Huayna Picchu, che sovrasta le rovine di Machu Picchu, coperte dalla nebbia.

L’acqua e la coca. Sala d’attesa, stazione di Machu Picchu Pueblo, 15 febbraio

Non molti anni fa una spedizione del National Geographic ha stabilito con certezza che la sorgente del Rio delle Amazzoni si trova sul monte Mismi, che con la sua cupola quasi sempre innevata sovrasta la città di Arequipa.

Il Perù è ricco di fiumi e sorgenti. L’acqua non dovrebbe mancare: per bere, irrigare i campi, lavarsi, produrre energia. Eppure l’acqua in Perù non si può bere, non è potabile dappertutto. Lontano dalle metropoli, nei contesti rurali della costa, delle montagne e della giungla la fanno bollire prima di berla aromatizzata spesso con erbe spontanee o succo di frutti tropicali appena raccolti.

Ma in città e in qualsiasi paesino interconnesso col mondo si beve in bottiglie di plastica. Una delle marche più diffuse è San Luis. La sorgente sta ad Arequipa. La imbottiglia e la distribuisce la Coca-Cola.

Ironia della sorte: la coca, coltivata principalmente in Colombia e in Perù, era un ingrediente della prima versione della Coca-cola, nata come un farmaco prima di diventare bevanda di uso comune. Oggi, la multinazionale Coca-cola ha tolto la coca dalla bibita ma si è comprata le fonti d’acqua del Perù. È la globalizzazione?

Acqua in bottiglia, stazione di Machu Picchu Pueblo
L’acqua delle sorgenti del Rio delle Amazzoni, imbottigliata dalla Coca-Cola.

Il viaggio in Perù continua: arrivo e colazione ad Arequipa, 16 febbraio

Arrivata ad Arequipa molto presto, vado a fare colazione in un bar a pochi passi dal centro. Mi prestano così poca attenzione e in modo tanto plateale che prendo subito il posto in simpatia: capiterà poche volte durante il viaggio in Perù di non essere trattata da turista in posti turistici. Con un cenno la signora che armeggia dietro al bancone mi indica il menu, mi siedo a uno dei tavoli di fuori, nel bel patio, e dato che nessuno passa a prendere l’ordine, rientro dentro e dopo aver attirato l’attenzione della solita signora gesticolando platealmente ordino a voce tostadas, tè e succo di papaya. Ho già capito che dovrò rialzarmi e andare alla cassa per pagare una volta saziata la mia fame.

Le signore, qui lavorano solo donne, sono allo stesso tempo molto indaffarate eppure no, mentre chiacchierano allegramente dietro al bancone del bar che è anche panetteria e pasticceria.

Mentre mangio tranquilla al mio tavolino arriva il secondo cliente della giornata: un signore dall’aspetto europeo. Lo vedo scendere dal taxi, posso guardare bene la strada da dove sono seduta. In una mano ha una borsa di quelle che servono per tenere i documenti e con l’altra si appoggia a un bastone per aiutarsi a camminare. Mi saluta e si accomoda due tavoli più in là, sebbene siano tutti liberi.

Qui, pur sembrando tutto perennemente in costruzione, non ci sono in realtà lavori in corso e i vecchietti passano ore al bar o seduti nella piazza principale del paese. Il vecchietto è anziano sul serio: 98 anni, tedesco, prima moglie italiana, ha vissuto a Siena dove si sono conosciuti durante la guerra. La moglie è mancata dopo pochi anni e lui, dopo non so quale strano giro, è finito in Perù e si è risposato con una peruviana.

Intanto che mi racconta la sua vita, ho finito la colazione e vado dentro a pagare. Le donne del bar parlottano del signore, una dice di andare a vedere cosa vuol mangiare altrimenti sembra – sembra – che non gli prestino attenzione. Mentre la più giovane va a prendere l’ordinazione del sopravvissuto tedesco, la più anziana mi fa il conto. Mi stanno simpatiche: tornerò domani a far scorta di cornetti e pastel de choclo, un ciambellone a base di mais. Chissà se il vecchietto con borsa e bastone avrà un altro giorno per lamentarsi del poco tempo che gli resta da vivere.

Bar di Arequipa in Perù
Il bar di Arequipa con le commesse simpaticamente scortesi.

Arequipa, plaza des Armas: il fotografo e la foto che non ho fatto, 16 febbraio

Nella piazza principale c’è un fotografo. Ha una borsa voluminosa e imbraccia una macchina fotografica abbastanza grande. Fa le foto ai turisti locali, famiglie di passaggio in città, forse prive di smartphone.

Il fotografo li mette in posa davanti alla fontana al centro della piazza, si lasciano la cattedrale alle spalle. Gli uomini hanno cappelli con una larga falda, a volte anche le donne. C’è stato un tempo in cui ogni tribù aveva un suo copricapo a identificarla, poi le dimensioni dei cappelli, la loro foggia, l’altezza e la larghezza delle falde avevano sostituito i capi fatti a mano. Chissà se ora indicano almeno la provenienza di chi li porta, se non il lignaggio.

Il fotografo scatta una volta, poi una seconda – per sicurezza – con il flash, anche se c’è il solito sole potente e assassino del sud America. Tutti restano immobili, i bambini un po’ meno ma gli adulti sono imbambolati non si sa se dalla maestria del fotografo o da tutto l’armamentario che ha addosso. Dopo aver controllato gli scatti, il fotografo accenna con la mano a un localino sotto il porticato della piazza: è uno di quelli multifunzione, come tutte le botteghe di qui. Sono contemporaneamente agenzia di viaggi, ufficio cambio valute, negozio di souvenir, alimentari: in pochi metri quadri ci stanno almeno quattro attività commerciali.

Lì, sotto l’insegna “Photos, Copias, Internet…” il fotografo, trascinandosi tutta la famiglia appena immortalata, va a stampare le foto ricordo. In digitale, non su pellicola, ma è come fossimo ai primi dagherrotipi.

Il tempo si ferma e avanza a strappi, nella piazza bianca di Arequipa.

Piazza di Arequipa, Perù
La piazza bianca di Arequipa.

Arequipa, stazione degli autobus, 17 febbraio, pomeriggio

Stazione degli autobus di Arequipa. In Perù i treni non ci sono fatta eccezione per pochissime tratte a uso e consumo dei turisti. Tutti si muovono in autobus per percorrere brevi o lunghi tragitti e le stazioni brulicano della più varia umanità.

Molti occidentali usano voli interni per raggiungere le mete più turistiche ma l’aereo è ancora troppo costoso per la maggior parte dei peruviani.

Gli autobus sono il mezzo di trasporto preferito da giovani viaggiatori e la scelta obbligata per la gente del posto.

Nella grande sala d’attesa, seduta di fronte a me, tre file davanti, cattura la mia attenzione una signora anziana che, tuttavia, potrebbe non aver vissuto così a lungo: vestita con abiti tradizionali dalla testa ai piedi con gonna, maglia di lana e cappello, solo le scarpe rivelano che pigia il suolo del XXI secolo. Tira fuori dal petto un fazzoletto di stoffa dove ha avvolto e nascosto in un posto sicuro un foglio con su scritto a penna quello che deve essere un indirizzo.

Lo faceva mia nonna: metteva in un fazzoletto le cose importanti – soldi, un documento, un biglietto – ripiegava il fazzoletto e lo teneva stretto al petto.

Ignoro se la signora sappia leggere o meno, e se sì in quale lingua antica o moderna, però passa il foglio a una ragazza molto giovane. Le chiede qualcosa. Si avvicina un’altra donna, si scambiano parole. Poi un’altra ancora. Sono in quattro adesso, a decifrare le scritte e parlottare tra loro.

Dove va la signora di Arequipa? C’è qualcuno che l’aspetta in una città lontana? Ha una sporta da consegnare? Sa muoversi su strade sconosciute?

Dall’altoparlante gracchiano che il mio autobus è in partenza. Mi alzo e abbandono le quattro donne al loro destino. Non ho nessun pezzo di carta a indicarmi il mio.

I pericoli del viaggio in Perù: sulla Panamericana a 100 all’ora

17 febbraio, notte.
Di notte la Panamericana è terreno di selvaggi sorpassi, di regole non rispettate. Il limite di 90 chilometri orari viene superato dall’autobus ogni volta che è possibile; il divieto di sorpassare in tratti pericolosi stabilmente ignorato; il clacson usato per imporre una precedenza non rispettata, per sottolineare un sorpasso vietato, per schernire altri mezzi di trasporto.

Le leggi sembrano fatte per essere violate. Tutte le leggi: quelle stradali, urbane, architettoniche. Quelle della convivenza, quelle igieniche, quelle dell’ospitalità. C’è un doppio canale nelle città dove i turisti vengono spennati con prezzi superiori del 50% in più e, tranquillamente, arrivano a farti sborsare fino a dieci volte quanto pagato dai peruviani.

Pare che il contatto con gli occidentali sia servito a fare buoni commerci.

Si ha l’impressione che gli uomini, ovunque intervengano, rovinino un paesaggio naturale incantevole: non c’è una casa bella, una strada bella, un quartiere bello, una spiaggia bella, una cittadina bella, una scuola bella, un ristorante bello. Non nel senso estetico ma di armonia tra esseri umani e ambiente in cui vivono.

Hanno rovinato tutto: il mare, i fiumi, le montagne, le rocce, la giungla, l’aria.

Si potesse viaggiare come i viandanti, a piedi, evitando ogni vestigia di civiltà, questo sarebbe il posto più bello del mondo. Ma non si può e il Perù rimane il posto più rovinato dagli uomini che abbia mai visto, scaraventato in una modernità che lo sta distruggendo.

Panamericana, viaggio in Perù
Gloria, pubblicità del latte sulla Panamericana.

Aeroporto di Lima: niente è come sembra o la caduta dei pregiudizi, 19 febbraio

La fine del viaggio in Perù: tornare a casa e sospendere il giudizio
Ti fai chiamare un taxi dall’albergo e arriva un furgoncino sgangherato con autista improbabile.
Vai al museo di storia naturale che non sembra un museo: lo scheletro di una balena all’ingresso pare di plastica e gli edifici che dovrebbero ospitare sale e laboratori non sono niente più che casupole colorate. I professori non sembrano professori. Gli stabilimenti balneari difronte all’oceano, segnalati come paradiso per surfisti, sono l’ultimo posto in cui penseresti di fare il bagno. Perfino lo spagnolo non è più la lingua di Don Chisciotte.

Forse bisogna entrare in un’ottica diversa, resettare le categorie di normale e extra ordinario.
Allora sono normali i cavi elettrici che passano tra i rami degli alberi; i sorveglianti armati nei quartieri residenziali della capitale, le case decadenti e decadute, i venditori ambulanti di elettrodomestici e le bambine con il lama in braccio…

Forse vediamo il mondo con gli occhi del pittore che dipinge la sua tela.

“Davanti alle sue opere ci si può chiedere se è così che [il pittore] vede il mondo. La risposta è sì e no. Vedere il mondo è sempre interpretarlo perché non si vede con gli occhi – che sono recettori di luce che connettono con codificatori e decodificatori di scariche elettriche – si vede con il cervello. E il cervello interpreta sempre. Non c’è momento in cui non lo faccia nella nostra vita cosciente”. Nota ai disegni di Lautaro Arrau

Baraccopoli di Lima, disegno di Lautaro Arrau
La baraccopoli di Lima in un dipinto di Lautaro Arrau.

Si guarda con il cervello e il cervello non ammette una modalità di vita differente, un progresso contraddittorio che non capisce, una povertà diffusa in mezzo a una ricchezza distonica.

Forse c’è bellezza, civiltà, meraviglia anche qui se diciamo agli occhi di guardare senza badare all’interpretazione del cervello. Così come c’è distruzione, caos, cattiveria. Tutto mescolato a tutto: ordine e disordine, sporco e pulizia, luce e cemento, fame e abbondanza, nebbia e deserto, brava gente e imbonitori.

Forse risulto anch’io in qualche modo aliena e familiare, straniera e locale, tanto che a Lima i turisti cominciano a chiedermi indicazioni: “Donde està el Parque Kennedy?”. E io, ovviamente lo so dove sta il Parque Kennedy e devo dare l’assurda impressione di sapermi orientare in una metropoli di milioni di persone, nonostante la mia palese e bionda estraneità al luogo.

Ma sapevo dov’era il mare e sapevo, quindi, esattamente dov’ero, come chiunque nato a pochi chilometri dalla costa, non importa di quale parte del mondo.

Ben poca fortuna, per chi passo dopo passo prova a far fare la pace a occhi e cervello: sapere esattamente dove si è e, tuttavia, non sapere mai chi sei.

D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Io di risposte non ne ho nessuna, domande tante. Da un po’ ho imparato che c’è sempre qualcosa di menzognero a rispondere, pensando di aver capito qualcosa di definitivo. O, semplicemente, di aver capito. Io del Perù non ho capito niente.

Miraflores, Lima. Viaggio in Perù
I palazzi di Miraflores, con l’oceano sullo sfondo.

Panamericana, Perù

E ho ancora punture d’insetti e occhi e gambe dolenti
per salire su scale di pietra.

E altitudini troppo elevate
senza dolori di testa.

E stomaco indifferente al cambio di dieta,
all’olio che ignora il punto di fumo.

Com’è che non c’è acqua dove nasce il padre di tutti i fiumi?
Chi mi offre pose tradizionali in cambio di monete sonanti?
La bambina con il lama in braccio, la vecchia senza denti d’oro.

Ma ho solo un pezzo di specchio che non luccica più
per i figli degli indigeni, nella nebbia del Perù.

Nuvole passano lente
spinte lontano da umidità e corrente
nei ricordi non ancora offuscati della mia mente.

Il vento soffia forte
vecchie auto entrano in tunnel simili a grotte.

Un condor nero sorvola la gente
che agli angoli delle strade non vende più niente.

È buia la notte
la luna solo uno spicchio
la differenza fra la vita e la morte
corre sul bordo del precipizio.

Seduta su un autobus grande
vedo dal finestrino rotto
la Panamericana che scorre:
da un lato l’oceano, abbruttito da case e porti e miniere
dall’altro le montagne, brulle, arse dal sole, da un tempo che non passa.

Il gioco di luci e ombre attraversa il finestrino rotto dell’autobus
e il secondo filtro del vetro dei miei occhiali spessi.

Eppure l’incanto del momento è ben visibile e non va perduto: il condor nero
plana leggero all’orizzonte nell’ora blu e attende fiducioso che l’umanità scompaia
per tornare padrone del mondo che sovrasta: terra, acqua, sole e cielo.

Giovani ubriachi, ragazzine con figli troppo grandi, vecchi segnati dalle fatiche
cani randagi felici di correre tra cumuli di macerie e spazzatura.

La bellezza arriva anche qui, sulla lastra d’asfalto grigio della Panamericana.

La plastica colorata e i pezzi di vetro sparsi tra il mare e la strada filtrano i raggi del sole che tramonta dentro l’oceano
rimbalzando contro le pupille decine di saette che trafiggono e allargano il cuore.

È terribile e commovente la natura che continua a offrire il suo spettacolo nonostante il male inflitto dagli uomini.

Fortunato chi si perde e si ritrova in un tramonto.

Viaggio in Perù: Panamericana
Nuvole e Panamericana.
colori salento perù

Il Salento fuori stagione sembra diverso, a partire dal paesaggio. Somiglia alle altre terre di confine, a luoghi posti alle fine del mondo. Al di là della monotonia dei filari di ulivi – imponenti, secolari, attorcigliati come fossero tarantati – i colori sembrano appartenere a un altro emisfero e a paesi che stanno agli antipodi: Ecuador, Argentina, Perù.

Il Salento fuori stagione: ai confini della terra

La terra, per prima, è di colore rosso, pare tinta di porpora. Il cielo, sarà che non ci sono montagne né colline, piomba subito col suo azzurro intenso sul verde delle chiome degli alberi bassi e sul giallo misto di grano, ginestre e sterpaglia che a chiazze copre il rosso sangue del terreno. Di notte diventa tanto scuro che pare nero e si vedono più stelle di quante ne riporta il planetario. Il mare è per un giorno di un blu furioso, spazzato dal vento che aizza la spuma bianca sotto il cielo terso. Il giorno dopo è di un verde acquamarina, trasparente e calmo. A occhio nudo si vedono i ricci neri, le alghe sinuose, i pesciolini che finiscono nella frittura.

Sarà la primavera ma non ci sono mezzi toni, tinte tenui, sfumature delicate in questo lembo di terra stretto e lungo dove si incrociano due mari.

Neanche i segni degli uomini sono leggeri. Costruzioni in pietra in mezzo ai campi servivano – servono ancora? – da riparo ai contadini e a tenere al sicuro gli attrezzi per la semina e il raccolto. Sembrano trulli piccoli, li chiamano “pajare”. Alcuni, più piccoli ancora, pare servissero a tenere il gallo lontano dalle femmine quando non era il momento della riproduzione: i “puddaru”. Sono di un bianco che brucia gli occhi.

In Salento si coltiva grano, si fa l’olio, si raccolgono mandorle. Ho l’impressione con poche macchine o punto, sostanzialmente a mano.

All’interno la cucina è quella povera, di terra. Basta spostarsi a Patù, a pochi chilometri da Leuca. Terra vuol dire verdure, legumi, erbe spontanee: cicorie, fave, piselli gialli, patate, peperoni, pomodori, carciofi, cime di rapa. Carne quando capita e di animali di piccola taglia: pollame, conigli, agnelli.
Sulla costa si aggiunge quello che si prende da scogli e sabbia: ricci di mare, cozze pelose. Poi gamberi piccoli e rossi. Polpi sbattuti per farli arricciare.

La terra del rimorso: Nardò e il tarantismo

Passiamo da Nardò. De Martino scriveva di una Maria di Nardò morsa dalla tarantola – della troppa fatica, del troppo amore, del destino ineluttabile – e curata da nastri colorati, da bande di paese con violini e fisarmoniche, dalla musica e dal ballo frenetico che uccide il ragno invisibile che strega, perlopiù le ragazze, con la sua malìa.

Le crisi individuali si risolvono ancora grazie alla comunità? Con quei riti di vita e morte che fino a pochi decenni fa erano simili a latitudini così diverse? Tarante in Puglia, argia in Sardegna, vudù in Africa e nelle colonie del nuovo mondo.

Com’è più facile capire quello che è lontano nel tempo e nello spazio. Quanto è ancestrale, liberatorio, risolutivo quello che abbiamo davanti agli occhi? L’opulenza dei matrimoni, le luci della festa, la tecnologia che ci ipnotizza…

Se Patù fa rima con Perù

Mi accorgo di non avere neanche una foto di un paesaggio salentino e nemmeno di quello che ho mangiato. Ho fatto solo ritratti, con la macchina fotografica. Niente col telefono.
Cerco su internet un’immagine di Patù di notte: una chiesetta e un paio di strade bianche di pietra. Non ce n’è una bella. Quest’estate il Salento si riempirà di tavolini all’aperto e turisti. Mangeranno cime di rapa fuori stagione, di un verde più tenue, e non si faranno bastare i ricci. Caricheranno con filtri saturi le immagini delle loro vacanze tutte le volte che il cielo e il mare non sembreranno abbastanza blu.

Ma andranno via e torneranno gli stessi colori che, non so perché, sanno di Perù.

L’immagine è Cusco, in Perù. Di Boris G/flickr