gelaterie piazzadispagna roma

Al telefono con #papaguidamichelin per un sintetico aggiornamento sulle gelaterie di piazza di Spagna a Roma.

Prima, però, breve presentazione di “Papà Guida Michelin”, ovviamente hashtaggato in #papaguidamichelin. Se pensate che prima di Tripadvisor l’unico modo per mangiar bene in posti sconosciuti fosse seguire le indicazioni delle guide specialistiche (Michelin, Gambero Rosso, Touring Club Italiano…) vi sbagliate di grosso. Prima della democrazia della rete, delle app e delle recensioni facili c’era #papaguidamichelin. #papaguidamichelin conosce tutti i ristoranti di tutta la penisola e anche qualcosa in Europa. Non proprio tutti, a dire la verità: solo quelli dove si mangia bene. E funge anche da google maps instantaneo.

Siete in una zona sperduta della Sardegna e non vi funziona il gps? Basta una telefonata e vi guiderà al ristorante di pesce più buono che ci sia. Volete mangiare l’autentica pizza a metro a Vico Equense? Basta un colpo di telefono. Siete in Erasmus a Madrid e vi sentite spaesati sotto l’insegna di Tio Pepe di plaza Puerta del Sol? #papaguidamichelin si ricorda benissimo dove ha mangiato dei dolcetti buonissimi quando ci passò con la 500 – c’era ancora Franco (per inciso è la pasticceria “Mallorquina”, esiste ancora). Vi vien voglia di gelato mentre siete a passeggio sul lungomare di Reggio Calabria? Ma #papaguidamichelin conosce “Cesare” da una vita!

Quindi basta nominare una città, una piazza, una spiaggia e #papaguidamichelin saprà darvi l’indirizzo giusto (per inciso: ha una memoria da far invidia a qualsiasi sistema di stoccaggio informatico avanzato). Le nostre telefonate, al pari di quelle con #mammabionica, vertono sempre sullo stesso argomento: il cibo.

Venchi, Pompi: un gelato a piazza di Spagna

#papaguidamichelin: “Dove sei? Con chi sei? Che fai?”
iosenzahashtag: “Sto mangiando un gelato sola soletta a piazza di Spagna. Quelli di Bulgari hanno appena pulito la scalinata di Trinità dei Monti. E’ venuta proprio bene, quasi quasi gli chiedo se vengono a spazzare pure la strada sotto casa. ”
#papaguidamichelin: “Ma il gelato l’hai preso in quella gelateria che sta, spalle alla chiesa, sulla sinistra, verso la statua dell’Immacolata?”
iosenzahashtag: “Veramente no. L’ho preso da Venchi, quello del cioccolato griffato. Qui è pieno di boutique del gelato: interni progettati da archistar, gusti inventati dal parolaio matto, file di giapponesi interminabili, prezzi stellari. Venchi, Pompi: tutti così. Tu dove stai?”
#papaguidamichelin: “A Modica, da un cliente.”
iosenzahashtag: “Modica! Mi ricordo! Ci siamo stati in vacanza che ero piccola, avrò avuto 5 o 6 anni.”
#papaguidamichelin: “Mi ricordo anch’io: stavi per finire sotto una Vespa mentre correvi dal fornaio dove prendevamo i cornetti prima di andare al mare. Tua sorella (#sorella4saltiinpadella, ne riparleremo, ndr) aspettava tranquilla sul marciapiede mentre tu stavi per farti ammazzare per andare a fare colazione.”
iosenzahashtag: “Quindi ce l’ho da piccola questa passione per il cibo…”
#papaguidamichelin: “Ebbene sì. Comunque la prossima volta che vuoi un gelato come si deve, vai da quello lì di piazza di Spagna. Ma senza correre.”

mamma sud in cucina cosa mangi

Al telefono con #mammabionica dopo l’ultima trasferta al sud.

Descrivo brevemente “Mamma Bionica”, ribattezzata con hashtag scintillante #mammabionica. #mammabionica si sveglia all’alba e, in ogni caso, sempre prima di voi: tornate alle 5 da una notte di balordi? #mammabionica è già sveglia. Dovete prendere un aereo alle 4 del mattino? #mammabionica sta lì pronta col caffè in mano. Si deduce che non dorme mai, è un po’ la versione femminile dell’uomo bicentenario di Robin Williams. Poi sa fare tutto: cucinare, cucire, ricamare, fare giardinaggio, coltivare l’orto, dar da mangiare alle galline (5), al marito (1) (#papaguidamichelin, ne parleremo a breve…), ai figli (3), ai nipoti (2+ 1 e mezzo), a 4 cuccioli di gatto e una decina di gatti adulti, a ospiti più o meno fissi e gente di passaggio.

In una giornata è capace – oltre alla preparazione di tre pasti completi per tutti i presenti – di potare i limoni, raccogliere il mirto, mettere sotto sale le alici, fare il pane nel forno a legna, cucire un prendisole prendendo le misure direttamente sulla nipotina che corre in giardino, appisolare la medesima nipotina inventando ninnenanne, leggere l’ultimo libro di Erri De Luca, fare un dolce, litigare con #fratellocuoco su ogni argomento culinario/agricolo/campestre, mettere i peperoncini sott’olio e così via praticamente all’infinito.

#mammabionica è sempre preoccupata che non si mangi mai abbastanza. E’ una preoccupazione che ha “de visu” (quando siete presenti) ma soprattutto a distanza. Ha l’abitudine di caricare di provviste i figli che non abitano più nella casa di famiglia. Se tornate giù al sud per il weekend (a Napoli “giù” vuol dire a casa: potete anche anche partire dalla Sicilia per andare giù a Napoli in barba ai meridiani e paralleli)  vi riempirà la valigia di generi alimentari, incurante delle vostre proteste (“Ma io devo portar su il piumone… fa freddo! E poi anche a Roma ci sono i supermercati!”). Non c’è niente da fare.

Questo è il dialogo telefonico del lunedì, dopo che domenica sera, sbarcate dal treno Salerno/Roma a Termini evitando i cani polizziotto pronti ad inseguirvi fino al Colosseo andando dietro all’odore del cibo, avete spostato il contenuto del trolley in frigorifero.

Al telefono con la tipica mamma del sud

#mammabionica: “Ma poi ieri i limoni li hai messi in valigia?”
iosenzahashtag: “Sì mamma, almeno due chili.”
#mammabionica: “E le uova delle galline? Non erano tante, ne hanno fatto giusto 2 dozzine… le hai prese?”
iosenzahashtag: “Sì, quelli di Italo me le hanno fatte tenere sulla poltrona Frau per evitare che si rompessero…”
#mammabionica: “E la ciambella che ho preparato con i mandarini cinesi del giardino?”
iosenzahashtag: “Certo che sì.”
#mammabionica: “E il pane cafone?”
iosenzahashtag: “Ce l’ho, ce l’ho!”
#mammabionica: “E le polpette di melanzane che ho fritto stamattina alle 6?”
iosenzahashtag: “Quelle le ho pure già mangiate.”
#mammabionica: “E l’insalata dell’orto? E i pomodori dell’orto? E i fichi, la zucca, le carote, la cicoria, i peperoncini dolci, i peperoncini piccanti…”
iosenzahashtag: “Sì mamma: avevo almeno 10 chili di cibo, ho preso tutto!”
#mammabionica: “E le noci? Non ho visto se le hai portate… certo avevano ancora il mallo ma sono buone. Le hai prese?”
iosenzahashtag: “Ehmm, no, le noci no. Mi sono dimenticata.”
#mammabionica: “Ma allora non ti sei portata niente!!!”

E sì, lo so: morirò di fame.

mamma_bionica

madre roma monti

A Monti è tutto un fiorire di nuove aperture. Segnalazione per #fratellocuoco.

Introduco brevemente e uno alla volta i personaggi che popoleranno questo blog. Esistono solo nella mia testa. O forse no.

Cominciamo da #fratellocuoco. “Fratello Cuoco” – ma lo chiameremo sempre e solo #fratellocuoco tuttoattaccatoeconhashtagchenonserveaniente –  è un giovine “skef” creativo che reinterpreta in chiave moderna i piatti della tradizione (che frase originale, proprio un concentrato di creatività). Figura mitologica, per metà contadino, per metà guru new age e per metà cuoco (in quanto essere mitologico può avere tre metà) vive un po’ nei campi, un po’ in cucina e molto in giro. A lui racconteremo quel che succede nel mondo della ristorazione. Anche se già lo sa.

Cominciamo col sintetizzare alcune novità della magica – a Roma si dice “magggica” – movida capitolina che possono servire come spunto per (non) inserire determinati piatti in un ipotetico menu di un ipotetico ristorante di una ipotetica città del sud dove ipoteticamente #fratellocuoco potrebbe lavorare a breve.

Cucina napoletana a Roma: le nuove aperture a Monti

Insomma, si sa che la cucina napoletana ha un certo fascino sia che si concretizzi nel ragù domenicale di mammà (nel nostro caso #mammabionica ma non anticipiamo gli altri personaggi…) sia che venga declinata in creative e scenografiche varianti da baldanzosi – a Napoli si dice “chiatti”- chef col tatuaggio di Maradona sul braccio.

Roma, con la pantagruelica generosità che le è propria – a Napoli si chiama “strafottenza” – ama tantissimo le cucine del sud: sud Italia, sud del mondo. Del sud in generale. Soprattutto la cucina napoletana. Lo dice anche la sindaca: “è bella, bella, bellissima”. Tutta questa bellezza culinaria si concentra nello storico quartiere Monti, il rione più alla moda che ci sia. Anche troppo, a parere di chi scrive. A Monti c’è un tripudio di specialità campane declinate in modo monotematico – a Napoli direbbero “appallante” -. Esaminiamo nel dettaglio le qualità dei locali che hanno aperto da poco.

Ce stamo a pensa’: bravi, continuate a pensacce

Ce stamo a pensa’ fa i fritti classici: pizzette, calzoncini ripieni, timballini di pasta. Devono aver preso sul serio i diminutivi perché le porzioni non sono affatto abbondanti. I prezzi invece sì. Questo è il principale difetto della stragande maggioranza dei locali monticiani: siccome il quartiere è diventato un posto “trendy” ti fanno pagare tutto al triplo del prezzo “giusto”. A Napoli il cibo di strada ancora non si chiama “street food”, non se la tira (ovviamente ci sono le eccezioni) e non viene venduto in gioielleria. Provato una volta, non credo che tornerò.

Boccacciello: in attesa di giudizio

Da Boccacciello mettono tutto in barattoli di vetro. A Napoli barattolo si dice “buccaccio” ma è accreditata anche la versione derivante dal francese boite , “buatta”. Ovviamente ci sta la parmigiana, il gattò – a Parigi gateaux -, le verdure, i dolci. E quindi? Non saprei. La vendono come l’idea del secolo e tutto questo marketing culinario un po’ (ma giusto un po’, eh…) ha stufato. Non l’ho ancora provato ma supererò il fastidio per dare un giudizio di merito.

Pizza Trieste: la pizza che non t’aspetti

Pizza Trieste a dispetto del nome non è napoletana nè nordica. I proprietari sono di quella regione del centro Italia sia singolare che plurale: Abruzzo/Abruzzi. E vabbè, la nota di geografia l’abbiamo fatta. La pizza la cuociono in un pentolino, in forno (elettrico). L’impasto non è male: farina bianca, ben lievitata, soffice il giusto. Per me già che non abbia la consistenza di un cracker, come tutte le pizze romane, è un grande risultato: promossa a pieni voti.

Sul giudizio positivo influisce che avevano appena messo su un cd di Lucio Dalla. Nota divertente (di colore, si diceva una volta): il locale è diviso in due ambienti che non comunicano tra loro quindi si fa l’ordine al banco e poi ti portano la pizza ai tavolini uscendo sulla strada. Sarà interessante vedere che si inventeranno per evitare che ci finisca dentro l’acqua piovana ora che inizia l’autunno. Prezzi giusti, considerata la zona e la  qualità delle materie prime (una margherita a 2,20 euro). Ci tornerò.

Madre: “cazzimma” allo stato puro

Madre ovvero “non date mai carta bianca a un napoletano”. Questo deve essere un posto meraviglioso perché l’abbinamento cucina peruviana/cucina napoletana è un’operazione che può riuscire solo a un napoletano infinitamente dotato di cazzimma. A Napoli con “cazzimma” si identifica un tipo senza scrupoli, qualcuno disposto a usare ogni mezzo per il proprio tornaconto personale. Ma, accanto a quest’accezione totalmente negativa, può indicare anche chi è così sfrontato e tanto guascone da risultare inarrestabile e irrimediabilmente simpatico. A questi ragazzi non deve difettare nemmeno l’ironia perché ce ne vuole proprio tanta per mettere nello stesso menu la ceviche e la pizza.

Segnalazione per #fratellocuoco: la combinazione Napoli-Perù offre spunti interessanti per Ghepardo e non solo. Da provare quanto prima per verificare se i prezzi sono giustificati da capacità tecniche e materie prime oltre che dalla posizione centrale ma abbastanza lontano dalle viuzze più pretenziose di Monti. Una marinara a 14 euro genera tante aspettative. Vi farò sapere se non andranno deluse.

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mercato piazza vittorio roma

Il mercato di piazza Vittorio è uno dei più caratteristici di Roma. Il mercato è uno dei miei posti preferiti. Ma non gli riconosco una semplice preferenza, lo adoro proprio.
Bisogna frequentare il mercato di una città per capirne l’anima. Se la città è grande probabilmente ne avrà più di uno, di mercato. Così come avrà più di un’anima.

A Madrid il mercato San Miguel prima di trasformarsi in un luogo dove fare aperitivi alternativi era il più bello della città. Cuore di acciaio, struttura imponente, posizione centralissima, frequentato da madrileni e ricco di botteghe storiche.

A Valencia il mercato centrale sembrava potesse accattorciarsi su se stesso da un momento all’altro. Ma le sue vetrate e le ceramiche colorate hanno resisitito a più di una Fallas (la festa che a marzo mette a ferro e fuoco la città).

Ad Alicante il mercato era a due passi dal mare e ci passavo quasi ogni pomeriggio verso le tre tornando dalla spiaggia. Stavano già chiudendo e praticamente regalavano il miglior pesce fresco della penisola iberica.

A Roma ne conosco bene due: il mercato della Coldiretti e il mercato di piazza Vittorio.

Il mercato della Coldiretti al Circo Massimo

La Coldiretti gestisce il mercato Campagna amica vicino al Circo Massimo. Si capisce subito che siamo lontanissimi dal mercato classico: qui bisogna prendere il numeretto come in un supermercato qualunque. Ma, a differenza di quanto avviene perfino al supermercato, non si può scegliere quale frutta e verdura comprare. E’ pieno di gente che ci va a fare la spesa perché fa tanto radical chic il prodotto a km 0 venduto direttamente dai contadini (!). Deve essersi sparsa la voce che è un posto tipicamente romano perché è pienissimo di turisti e di gente che segue le mode facendo finta di non seguirle.

Che sia un posto “gourmet” si deduce anche dal carrettino che fa le centrifughe e dal finto orto impiantato nel cortile interno. Qui si può mangiare scomodamente su panche di legno in tipico stile monticiano. La scomodità è un’altra cartina tornasole dei luoghi “à la page” e il quartiere Monti è l’esempio più fulgido di mondanità romana.

Monti, l’ex suburra, è un magnifico dedalo di vicoli. La “pancia” della Roma imperiale destinata a soddisfare i vizi e le voglie della Roma bene che qui si confondeva alla plebaglia grazie alla totale mancanza di luce, aria e perbenismo. Da qualche anno è infestata di localini minuscoli dove si sta seduti su cassette di legno, sgabelli e pouf circondati da finti arredi di recupero a mangiare cibo improbabile finto naturale pure lui.

Della guasconeria tipica degli abitanti del quartiere, dell’indolenza con cui guardava alle umane miserie per lenirle col balsamo della fugacità non è rimasto nulla. Nessuno parte più di qui, sanpietrini alla mano, per andare a fare a sassate coi trasteverini come ai bei tempi. Per trovare un po’ di popolo, di gente che non sente il bisogno di fare la messa in piega per andare al mercato, bisogna spostarsi di poco. Tanto basta a raggiungere la sabauda – solo nel nome e nell’architettura – piazza Vittorio.

Il mercato di piazza Vittorio a Roma

I portici hanno ospitato a lungo il mercato più bello della capitale che ora si è spostato al chiuso, nell’ex caserma Sani. A piazza Vittorio si va a fare la spesa ottendo il massimo risultato con il minimo sforzo. Il massimo della qualità, ovviamente a saper scegliere e osservando gli avventori abituali. Per dire: io compro il pesce al banchetto dove si serve il mio macellaio di fiducia. E, anche se non capisco una parola di quello che dicono, tendo a selezionare le bancarelle dove i pakistani comprano dai pakistani, i brasiliani dai brasiliani, i romani dai romani (pochi in verità).

Al mercato potete toccare con mano qualsiasi cosa e, concessione altrove inaudita, assaggiare prima dell’acquisto.  Qui trovate ingredienti provenienti da ogni parte del mondo. Oltre a materie prime più esoteriche che esotiche coltivate in Italia e destinate agli immigrati di stanza nella capitale. La varietà di spezie ha dell’incredibile. Basta girare l’angolo per sbucare in un suk, svoltare a destra per trovarsi in India, proseguire diritto attraversando Cina e Giappone. 

In mezz’ora potete fare il giro del mondo. E non stupisce per niente che tutto il mondo possa convivere con le espressioni più tipiche della romanità. Dai venditori stranieri che ti apostrofano in vernacolo al tripudio di baccalà, puntarelle, carciofi e quinti quarti.

mercato piazza vittorio roma

Pare che il caos che regna sovrano sia funzionale sia agli acquisti sia all’esperienza in sè. Filtra attraverso l’abilità commerciale dei mercanti uno spirito ulteriore forse connaturato alla natura stessa del cibo. E non si ferma al corpo ma tocca le corde più profonde dell’anima. Qui il cibo è come dovrebbe essere, un nutrimento, uno scambio con l’ambiente che ci circonda, un veicolo di culture e tradizioni diverse, un incontro con gli altri e una scoperta o riscoperta di sapori e saperi.

Per questo devo andarci almeno una volta alla settimana, non perché ho finito le cipolle, ma per sentirmi a casa.

Ode al mercato di piazza Vittorio

Ho comprato miele, zucchero e cannella. Me l’ha detto mia sorella.
Ho comprato tutto a piazza Vittorio, che è un mercato che adoro. Davvero.
Ho comprato pure del bicarbonato ma non per farci il bucato.
Mi serve a preparare delle creme, per il viso il corpo e il sedere. Davvero.

spagna oceano san sebastian

De vez en cuando
escucho musica española,
de vez en cuando
la luz al atardecer sobre unas calles de Roma se parece a la de Madrid,
de vez en cuando
me alegra que me pidan informaciones en castellano,
de vez en cuando
echo de menos los bocadillos de calamares, las claras a las tres de la tarde, los bares feisimos,
de vez en cuando tengo necesidad de volver a ver “Todo sobre mi madre”
y, cada vez, la musica de Ismael Lo en el tre que va de Madrid a Barcelona
me pone los pelos de punta.

Madrid, te quiero.

roma salgado copti

Una delle immagini più impressionanti del documentario di Wim Wenders Il sale della terra mostra il fotografo Sebastiao Salgado quasi paralizzato dinnanzi a un giovane padre, ridotto ormai pelle e ossa, solo in un campo affollato da migliaia di rifugiati, privo di qualsiasi genere di prima necessità, intento, nonostante tutto, a lavare il corpicino del figlio prima di seppellirlo, come vuole la tradizione dei cristiani copti.

A Roma la comunità copta arrivata in Italia dal nord Africa si ritrova ogni domenica in una piccolissima chiesa dietro San Pietro in Vincoli. Finita la liturgia, attraversato un sipario rosso vermiglio, un numero pressocché infinito di uomini e donne esce dall’ingresso principale tra abbracci e risate. Contenitori con cibo che ha odore di casa passano di mano in mano mentre i bambini si rincorrono su e giù per le scale.

La folla si dilegua in un attimo mentre una giovane donna, avvolti gli abiti di tutti i giorni sotto il velo immacolato, si ferma su quelle scale per un tempo che a me pare infinito.

roma copti omaggio a salgado il sale della terra

Se siete esperti di fotografia, grafica, web e video o semplici curiosi o gente di passaggio a Roma il 28 ottobre potete approfittare di due eventi – due, dico due! – zeppi di professionisti della grafica, stampatori e varia umanità. E di corsi e seminari in quantità.

Il Creativity Day, dove potete provare a vincere una sbrilluccicante tavoletta grafica, e Creare>Stampare che quest’anno ha 3 parole chiave: ottimizzare, collaborare, rinnovarsi.

Venghino, siori, venghino! O – se non siete a Roma – vadino, siori, vadino!

++ Creativity Day ++
++ Creare>Stampare ++

creare_stampare_roma_ottobre

Leggo dagli aggiornamenti di stato di Facebook (e cosa volete che legga, di questi tempi?) che tra le 10 citta’ piu’ felici del mondo c’e’ molto Brasile – e c’era da aspettarselo – e un po’ di Spagna: Barcellona e Madrid.

L’Italia, pur avendo ormai un clima perfettamente tropicale – e’ presente solo all’ottavo posto con Roma.

Non so voi, ma io gia’ me lo vedo lo scienziato di turno che misura col metro il sorriso dei passanti.